Investimenti energetici oltre i 2 trilioni l’anno: dove stanno andando davvero i capitali della transizione

Nel 2025 i capitali globali per l’energia hanno toccato nuovi massimi, ma la storia vera non è “quanto”: è come si stanno riposizionando e quali elementi di sistema rischiano di restare indietro.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation e tecnologie emergenti

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

Secondo IEA (International Energy Agency), nel 2025 gli investimenti energetici arrivano a 3,3 trilioni di dollari: 2,2 trilioni vanno a tecnologie “clean” (rinnovabili, reti, storage, nucleare, efficienza), circa il doppio dei fossili. Ma la transizione è sempre meno uniforme: cambia per tecnologie, cambia per Paesi, cambia per vincoli infrastrutturali.

La transizione energetica continua ad attrarre capitali record e, a differenza di qualche anno fa, non lo fa più solo per “narrazione ESG”. Lo fa perché sta diventando la traiettoria industriale dominante: sposta investimenti, sposta supply chain, sposta politica economica. Ma proprio perché è entrata nella fase adulta, il modo in cui i capitali si distribuiscono conta più del totale: chi legge solo la cifra complessiva rischia di non vedere le frizioni che stanno già emergendo.

La fotografia della IEA è netta: il mondo investe una cifra record e la parte “clean” vale circa il doppio di quella diretta ai combustibili fossili. Tuttavia, dentro quel numero si nasconde una transizione a velocità diverse: alcune tecnologie attirano capitali con facilità quasi automatica, altre faticano non perché siano “meno utili”, ma perché richiedono permessi, rete, tempi lunghi e, soprattutto, stabilità regolatoria.

Il “numero grande” non basta più: transizione sì, ma con una nuova gerarchia

Per anni abbiamo raccontato la transizione come un semplice ribilanciamento: meno fossili, più rinnovabili. Oggi la gerarchia è cambiata. Il capitale non si limita più a scegliere “cosa costruire”, ma valuta sempre più “cosa regge”. È la differenza tra installare capacità e rendere un sistema affidabile quando la quota di elettricità cresce e la domanda diventa più volatile.

In questa fase, i capitali premiano ciò che è replicabile, standardizzabile, “finanziabile” con rischi noti. Penalizzano, invece, ciò che è politicamente complesso, territorialmente conflittuale o dipendente da procedure lente. È qui che nasce una transizione apparentemente rapida, ma potenzialmente fragile, perché il sistema fatica a integrare tutto in modo ordinato.

Il cuore della spesa: elettricità, non più combustibili

Il segnale più importante non è solo che cresce la spesa “verde”, ma che il baricentro degli investimenti si sposta verso l’elettricità come infrastruttura economica. La IEA evidenzia che gli investimenti nel settore elettrico hanno ormai una scala superiore rispetto agli investimenti nella fornitura di combustibili tradizionali.

Questa transizione “elettrica” ha implicazioni immediate: la rete diventa una questione industriale, non solo tecnica; la flessibilità (accumulo, domanda programmabile, interconnessioni) diventa un asset economico; la sicurezza energetica si sposta dalla disponibilità di barili e metri cubi alla capacità di far arrivare elettricità stabile dove serve. Ed è su questa catena, dalla produzione alla consegna, che i capitali stanno iniziando a selezionare vincitori e perdenti.

Il solare domina: la transizione è sempre più “fotovoltaica”

Il solare è diventato la tecnologia che meglio incarna la logica del capitale contemporaneo: tempi di realizzazione relativamente rapidi, modularità, filiere globali mature, curva dei costi che ha reso l’investimento “comprensibile” anche a chi non è un player storico dell’energia. Non sorprende che la IEA lo indichi come la singola tecnologia che attrae più capitale, a partire dal 2025.

Ma proprio questo successo porta un rischio sistemico: la transizione tende a inseguire ciò che è più facile finanziare, non necessariamente ciò che è più urgente per la stabilità del sistema. Se il capitale corre verso una generazione “semplice” e scalabile, la politica e i regolatori devono evitare che restino sotto-finanziati i pezzi più lenti e complessi: quelli che non hanno la stessa narrativa, ma decidono se la transizione resta in piedi.

Accumulo e batterie: crescono, ma l’Europa vede già i colli di bottiglia

L’accumulo è la risposta più intuitiva a una rete piena di rinnovabili: sposti energia nel tempo e riduci la volatilità. Le batterie crescono perché la domanda di “firm power”, energia affidabile, disponibile quando serve, è diventata centrale per mercati, industrie e operatori. Ma l’Europa sta toccando con mano la differenza tra “crescita di asset” e “crescita di sistema”.

Nel 2025 le installazioni di storage nell’UE sono aumentate significativamente, ma dal 2027 potrebbero emergere freni legati a connessioni di rete, autorizzazioni e incertezza dei ricavi di mercato. In altre parole, il capitale sta arrivando, ma la macchina amministrativa e l’infrastruttura rischiano di non tenere lo stesso passo. E quando succede, l’effetto non è solo ritardo: è aumento del costo del capitale, perché cresce il rischio percepito.

Reti: il vero collo di bottiglia che decide il ritmo della transizione

Se c’è un punto in cui la transizione può “inciampare” pur avendo trilioni disponibili, è la rete. La IEA è esplicita: la spesa sulle reti deve accelerare in modo significativo per stare al passo con la crescita della generazione e della domanda elettrica.

Il problema è che le reti sono l’investimento meno glamour e più politico. Devi scavare, espropriare, negoziare con territori, gestire opposizioni, coordinare enti. E devi farlo dentro tempi che il capitale privato trova spesso frustranti. Per questo, se la transizione è entrata nell’era “infrastrutturale”, la differenza tra Paesi la farà la capacità di progettare, autorizzare e finanziare reti con logiche da politica industriale, non da ordinaria amministrazione.

Non a caso, i colli di bottiglia di rete stanno emergendo anche in relazione a nuove domande elettriche come data center e AI: è un segnale che l’infrastruttura elettrica è tornata ad essere il vincolo fisico della crescita.

Efficienza ed elettrificazione: il pezzo enorme che resta spesso fuori dal racconto

C’è una distorsione comunicativa nella transizione: parliamo di impianti e di gigawatt, ma una parte enorme del valore economico sta “dalla parte del consumo”. Efficienza ed elettrificazione (edifici, industria, mobilità) sono il terreno dove si decide quanta energia servirà davvero e quanto sarà gestibile il sistema.

Questo ambito è meno “spettacolare” perché non ha un singolo progetto iconico. È fatto di milioni di decisioni: ristrutturazioni, pompe di calore, processi industriali, flotte aziendali. E proprio per questo è delicato: dipende dal costo del capitale, dalle aspettative delle famiglie, dalla fiducia nel futuro. In un contesto di incertezza, è qui che l’investimento può rallentare senza fare rumore, ma con effetti enormi sul raggiungimento degli obiettivi.

Nucleare e gas: ritorni selettivi, più legati a sicurezza che a clima

La transizione non cancella la domanda di sicurezza energetica, la rende più sofisticata. Quando l’elettricità diventa spina dorsale dell’economia, cresce la sensibilità per tutto ciò che garantisce continuità: capacità programmabile, stabilità dei prezzi, riduzione della dipendenza esterna.

In questo quadro, il nucleare torna nel perimetro come opzione di “stabilità” in alcuni Paesi e il gas resta un elemento di sicurezza in altri. La IEA sottolinea che le decisioni di investimento continuano a essere influenzate da sicurezza e resilienza, non solo da obiettivi climatici. Questo non significa inversione della transizione, ma una transizione più realista: meno ideologica, più vincolata a ciò che il sistema può sostenere senza blackout e senza volatilità ingestibile.

Idrogeno, CCUS e low-emissions fuels: “tanto racconto”, capitale ancora prudente

Qui il punto non è dire che queste tecnologie “non funzionano”. Il punto è che la finanza le tratta ancora come scommesse condizionate. Perché mancano spesso tre cose che il capitale ama: domanda contrattualizzata, infrastrutture disponibili e regole stabili.

È la differenza tra una tecnologia tecnicamente promettente e un mercato investibile. Finché non si chiude il cerchio – standard, off-take agreements, rete logistica, incentivi credibili – gli investimenti restano selettivi e i progetti accumulano ritardi. Questa prudenza è fisiologica: è così che il capitale segnala che il problema non è l’idea, ma l’ecosistema.

La geografia dei capitali: la transizione corre dove il capitale costa meno

La transizione non è globale nel senso “uniforme”: è globale nel senso “competitiva”. I capitali si concentrano dove esistono filiere, capacità produttiva, politiche industriali coerenti e costo del capitale sostenibile. La IEA sottolinea la centralità della Cina come investitore e come hub industriale per molte componenti della transizione.

Ma l’asimmetria più importante è un’altra: nei Paesi emergenti, dove la domanda di energia cresce più velocemente, il capitale spesso costa di più e i rischi percepiti sono maggiori. Questo crea un paradosso: i mercati che avrebbero più bisogno di investimenti clean sono quelli dove è più difficile farli decollare senza strumenti di garanzia e de-risking. È qui che la transizione diventa geopolitica: non basta la tecnologia, serve architettura finanziaria.

L’Africa offre un esempio emblematico: nel 2025 ha registrato un aumento record di nuova capacità solare e si prepara a crescere ancora, ma con il vincolo della rete e della capacità di assorbire e distribuire quell’energia. È la transizione nella sua forma più reale: potenziale enorme, infrastruttura decisiva.

Il test 2026: la transizione è reale, ma ora deve diventare infrastruttura

Se guardiamo solo la fotografia del 2025, la conclusione sembra semplice: i soldi ci sono e sono tanti. Ma il 2026 sarà l’anno in cui il mercato chiederà conto della qualità di questa spesa: non quanti progetti partono, ma quanti entrano davvero in un sistema che regge.

In questa fase la transizione non è più “una corsa a mettere impianti”: è una corsa a costruire affidabilità. E l’affidabilità si paga in reti, permitting, regole chiare, meccanismi di mercato coerenti. Se questi elementi non accelerano, la transizione rischia di diventare una somma di successi locali e di colli di bottiglia sistemici.

Il punto, per investitori e policy maker, non è celebrare i trilioni. È trasformarli in un sistema energetico che continui a funzionare anche quando l’elettricità diventa il vincolo fisico della crescita e non più solo un input tra gli altri.

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