10 città a rischio clima nel 2026: dove la casa può perdere valore. La situazione in Italia

Alluvioni, maree e ondate di calore stanno diventando variabili economiche. Nel 2026 il rischio climatico entra nei prezzi: case, mutui, assicurazioni e tempi di rivendita.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation e tecnologie emergenti

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

Il problema non è (solo) se gli eventi estremi esisteranno: è quanto spesso e quanto costeranno. Quando il rischio diventa frequente, il mercato smette di trattarlo come eccezione e inizia a prezzarlo. E il “mattone sicuro” cambia regole.

Quando il clima entra nei prezzi, il mattone smette di essere “automaticamente” sicuro

C’è un momento preciso in cui un rischio smette di essere una notizia e diventa un prezzo. Nel 2026 il rischio climatico è sempre più vicino a quel punto: non perché “domani crolla tutto”, ma perché la frequenza degli eventi estremi sta alterando tre leve che muovono l’immobiliare più di quanto si creda.

La prima è l’assicurazione: se i danni aumentano, aumentano i premi e cambiano le condizioni (franchigie, esclusioni, limiti).
La seconda è il credito: quando la banca percepisce più rischio, cambia valutazioni e criteri (anche senza dichiararlo).
La terza è la liquidità: un immobile esposto non vale solo “meno”, spesso si vende più lentamente, con trattative più aggressive e un discount implicito.

E qui sta l’errore più comune: pensare che il rischio climatico sia un problema solo delle città costiere o solo dei Paesi lontani. In realtà è una variabile che ridisegna la gerarchia del valore anche dentro lo stesso mercato, a pochi chilometri di distanza.

Le 10 città al mondo dove il rischio climatico può pesare di più sull’immobiliare nel 2026

Non esiste una classifica universale delle città “più a rischio”. Esiste, però, un modo opportuno di valutare la vulnerabilità quando parliamo di valore immobiliare: incrociare rischio fisico e densità patrimoniale.

  1. Miami (area metropolitana). È una delle capitali globali del rischio costiero. Qui non conta solo il mare che sale, ma il costo di assicurabilità e protezione che può cambiare rapidamente, influenzando domanda e sostenibilità complessiva (mutuo + assicurazione + manutenzione).
  2. New York. Valore immobiliare iperconcentrato e vulnerabilità costiera. In una città così, il rischio non è solo “la casa”: è la resilienza delle reti urbane che sostengono quel valore (energia, trasporti, servizi, assicurazioni).
  3. Jakarta. Il caso “estremo” di rischio composto: non solo innalzamento del mare, ma subsidenza che accelera l’esposizione reale. Quando la città scende e il mare sale, il tempo diventa un costo.
  4. Bangkok. Città-delta con subsidenza e alluvioni. Qui la vulnerabilità è spesso non lineare: piccoli cambiamenti di scenario possono produrre grandi impatti operativi.
  5. Shanghai. Tifoni, storm surge e subsidenza in un contesto ad altissima densità patrimoniale. Il rischio è tanto più prezzabile quanto più frequente diventa l’evento che lo attiva.
  6. Mumbai. Monsoni più intensi e fragilità del drenaggio urbano in aree densissime. Il mattone regge finché regge la città — e finché l’evento resta “episodico”. Quando la frequenza cambia, cambia il pricing.
  7. Manila. Tifoni e piogge estreme in una megalopoli ad alta densità. In questi contesti l’assicurabilità diventa una variabile critica e la liquidità dell’asset può ridursi.
  8. New Orleans. Una città che vive con sistemi di protezione: dighe, barriere, gestione idraulica. Qui la domanda immobiliare è anche una domanda sulla manutenzione futura di quel sistema.
  9. Lagos. Urbanizzazione rapida e vulnerabilità costiera. In mercati in crescita, il rischio non elimina la domanda: la rende più volatile e più dipendente dalla resilienza infrastrutturale.
  10. Venezia. Il punto non è “se” serva adattamento, ma quanto spesso e a quale costo. Venezia è il laboratorio europeo dove resilienza e manutenzione diventano parte strutturale del valore.

Italia 2026: le città dove il rischio climatico può incidere di più sul valore immobiliare

Il rischio climatico italiano non è uniforme. È territoriale, morfologico, infrastrutturale. E soprattutto incide in modo diverso a seconda della concentrazione di valore immobiliare, della qualità edilizia e della capacità di adattamento locale.

Nel 2026 non si tratta di prevedere crolli generalizzati dei prezzi, ma di capire dove il rischio potrebbe tradursi in maggiore volatilità, premi assicurativi più alti o maggiore selettività del credito.

  1. Venezia. Rappresenta il laboratorio italiano del rischio costiero. Qui il mercato immobiliare non crolla: si segmenta. Gli immobili ristrutturati e dotati di soluzioni di protezione (impermeabilizzazione, rialzi tecnici, impianti messi in sicurezza) tendono a mantenere una tenuta migliore. Quelli non adeguati rischiano maggiore volatilità e costi crescenti nel tempo.
    A Venezia il valore non dipende solo dalla posizione: dipende dalla resilienza incorporata nell’edificio.
  2. Milano. Non è esposta al mare, ma è sempre più vulnerabile a fenomeni meteorologici intensi e concentrati. Le bombe d’acqua hanno evidenziato criticità nel drenaggio urbano. A questo si aggiunge lo stress termico: ondate di calore prolungate che rendono la qualità energetica una variabile economica.
    Un immobile energivoro o poco isolato non è solo meno confortevole: diventa meno competitivo. E nel medio periodo la differenziazione tra edifici efficienti e immobili obsoleti può diventare più marcata.
  3. Roma. È vasta, complessa e territorialmente disomogenea. Il rischio qui non è solo “danno all’edificio”: è la componente operativa. Dopo un evento intenso conta la capacità della città di ripristinare servizi, mobilità, reti e vivibilità. In mercati metropolitani estesi, la vulnerabilità infrastrutturale influenza la percezione di valore più di quanto sembri, perché incide sulla quotidianità e sulla “tenuta” dell’investimento nel tempo.
  4. Napoli. Combina esposizione costiera e fragilità territoriale. La differenza la fanno quota altimetrica e qualità strutturale. Nel lungo periodo, immobili con adattamenti documentati possono avere maggiore stabilità rispetto a quelli più esposti a rischio costiero.
    Il mercato non punisce in modo uniforme: seleziona.
  5. Genova. È un caso emblematico di rischio che diventa “prezzabile” quando si ripete. La conformazione tra mare e rilievi rende alcune zone particolarmente vulnerabili in caso di precipitazioni intense. Quando l’evento torna, il rischio smette di essere straordinario e diventa probabile. E la probabilità è ciò che mercati, assicurazioni e perizie bancarie finiscono per incorporare.

Il rischio nascosto nei mutui: come il clima entra davvero nel credito

Il cambiamento più sottovalutato non riguarda il prezzo delle case, ma il modo in cui vengono finanziate. Perché se il rischio climatico entra nei modelli delle banche, entra automaticamente nella vita di chi compra casa.

Negli ultimi anni la BCE ha chiesto agli istituti dell’area euro di integrare i rischi climatici negli stress test e nei sistemi di gestione del rischio.
L’EBA ha rafforzato le linee guida sulla valutazione dei rischi ambientali nei portafogli creditizi. Questo significa che il clima non è più un capitolo ESG da report annuale: è una variabile prudenziale.

Cosa cambia in concreto?

La perizia non è più neutrale

Se un immobile si trova in un’area classificata ad alta pericolosità idrogeologica o costiera, il perito può applicare criteri più conservativi nella valutazione. Una stima leggermente più bassa a parità di prezzo richiesto si traduce in un Loan-to-Value (LTV) più elevato.

E un LTV più elevato implica maggiore assorbimento di capitale per la banca e, potenzialmente, condizioni meno favorevoli per il cliente. Non è un rifiuto del credito: è un aggiustamento silenzioso del rischio.

L’assicurazione diventa parte del rischio di credito

Se il costo assicurativo cresce rapidamente, il rapporto tra reddito disponibile e spesa immobiliare si deteriora. Per una banca, questo è un rischio indiretto di default; per una famiglia, è una rata “allargata” che pesa di più nel tempo.

In Europa il fenomeno è più graduale, ma la direzione è la stessa: quando le perdite diventano strutturalmente alte, il costo del rischio si trasferisce lungo la catena fino al consumatore finale.

Il prossimo passo: differenziazione territoriale dei tassi

Oggi in Italia non esiste ancora una “mappa ufficiale dei tassi climatici”. Ma nei modelli interni delle banche la segmentazione geografica è già una realtà statistica.

Il passo successivo, già osservabile in alcuni mercati anglosassoni, è la differenziazione del pricing per area. Non verrà chiamata “tasso clima”. Arriverà sotto forma di spread, requisiti assicurativi più rigidi, condizioni più severe su durata e garanzie.

È un processo graduale, quasi impercettibile. Ma quando il rischio entra nei modelli quantitativi, difficilmente ne esce.

Il vero rischio non è che la banca dica “no”. È che dica “sì, ma a condizioni diverse”. E quella differenza di condizioni, nel tempo, può diventare una componente decisiva del valore immobiliare.

Cosa succede al valore: perché non è allarmismo, è pricing

La tentazione è cercare una risposta secca: “salirà o scenderà?”. Ma l’immobiliare non funziona così. Il rischio climatico produce soprattutto differenziazione:

È un meccanismo lento e cumulativo. Ed è proprio per questo che molti lo sottovalutano.

Come proteggere il proprio investimento

Proteggere un investimento immobiliare nel 2026 non significa evitare il rischio. Significa gestirlo come una variabile economica.

La prima mossa è una due diligence climatica concreta: quota, drenaggio, storico allagamenti, esposizione al calore, vulnerabilità dell’edificio (locali tecnici, impianti, seminterrati). Il rischio misurato diventa negoziabile.

La seconda è trattare l’assicurazione come un indicatore: non “ho la polizza, quindi, sono a posto”, ma “a che prezzo, con quali esclusioni, con quale probabilità che mi cambino condizioni al rinnovo?”. Dove il premio accelera, spesso il mercato arriverà dopo.

La terza è l’adattamento mirato: protezione dei locali tecnici, soluzioni anti-allagamento, interventi su impermeabilizzazione e drenaggio, isolamento e raffrescamento passivo per il caldo estremo. Non sono “lavori”: sono assicurazione fisica dell’asset.

La quarta è ragionare sul costo totale di possesso: mutuo + assicurazione + manutenzione adattiva. È lì che spesso si nasconde l’errore di valutazione.

La quinta è la diversificazione: se il mattone pesa molto nel patrimonio, concentrarlo in un’unica area vulnerabile significa trasformare una scelta immobiliare in una scommessa climatica.

Nel 2026 il vero lusso immobiliare è la resilienza

Per anni abbiamo comprato casa guardando soprattutto posizione, metratura e prospettive di rivalutazione. Nel 2026 quelle variabili restano, ma non bastano. Il rischio climatico sta entrando nella grammatica del valore: prima nelle assicurazioni, poi nel credito, infine nei prezzi.

Non serve essere catastrofisti. Serve essere realistici: quando un rischio smette di essere eccezione e diventa statistica, ignorarlo non lo elimina. Lo rende solo più costoso.

Ecco perché, oggi, il “mattone sicuro” non è quello più iconico o più centrale. È quello che resiste meglio quando il contesto cambia e che resta finanziabile, assicurabile e liquido anche quando il clima smette di collaborare.

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