Italiani a Dubai, quanto pagano di tasse e come sono gli stipendi negli Emirati Arabi

Fiscalità leggera, salari competitivi e sicurezza: tutti i motivi che spingono imprenditori e professionisti italiani a trasferirsi a Dubai

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

Negli ultimi anni Dubai è diventata una delle mete più ambite da imprenditori, manager, startupper e influencer provenienti dall’Italia. L’emirato si è trasformato in una calamita per migliaia di professionisti pronti a lasciare la Penisola per costruire una nuova vita negli Emirati Arabi Uniti.

E questo nonostante le tensioni geopolitiche che negli ultimi mesi hanno interessato l’area del Golfo. Se alcuni turisti hanno scelto di rientrare in Italia, gran parte degli expat continua a considerare Dubai una destinazione stabile e ricca di opportunità.

Ma cosa alimenta questa nuova migrazione? Le ragioni principali sono tre: una fiscalità tra le più vantaggiose al mondo, stipendi competitivi e una qualità della vita ritenuta elevata.

Il paradiso fiscale (quasi) senza tasse

Per molti il fattore decisivo resta quello fiscale. In Italia, un lavoratore dipendente o un libero professionista vede il proprio reddito ridursi sensibilmente a causa di un’Irpef progressiva che può superare il 40%. A questa si sommano addizionali regionali e comunali, oltre ai contributi previdenziali.

Negli Emirati Arabi Uniti, invece, non è prevista un’imposta sul reddito delle persone fisiche. Lo stipendio concordato con il datore di lavoro coincide, di fatto, con quanto viene effettivamente percepito. A parità di lordo, il reddito disponibile può quindi risultare sensibilmente più alto rispetto all’Italia.

Dal 2023 è stata introdotta una corporate tax del 9% sugli utili aziendali, applicata però solo oltre una determinata soglia. Anche in questo caso si tratta di una delle aliquote più basse a livello internazionale.

I ricchi stipendi

L’attrattività dell’emirato non si spiega soltanto con la leva fiscale. Dubai è oggi un hub strategico per finanza, tecnologia, real estate e logistica. Multinazionali e fondi di investimento l’hanno scelta come base operativa per il Medio Oriente, l’Africa e parte dell’Asia.

La domanda di profili qualificati resta sostenuta, soprattutto nei settori fintech, consulenza strategica, hospitality e costruzioni. Le retribuzioni sono spesso accompagnate da benefit significativi: alloggio incluso, assicurazione sanitaria privata e bonus legati ai risultati. Lavorare a Dubai significa quindi inserirsi in un contesto internazionale, ampliare il proprio network e partecipare a progetti innovativi.

Sicurezza e qualità della vita

Tra gli elementi più citati dalle famiglie c’è la sicurezza. I tassi di criminalità sono molto bassi e la presenza delle forze dell’ordine è capillare. Questo contribuisce a creare un ambiente percepito come stabile e controllato, considerato da molti ideale per crescere dei figli.

Negli ultimi giorni, tuttavia, il quadro regionale ha mostrato segnali di instabilità. Le tensioni tra Iran e Israele, con il coinvolgimento diretto dell’area del Golfo, hanno generato preoccupazione tra gli italiani che sono lì, abituati a vivere in un contesto ritenuto fino a poco tempo fa quasi inattaccabile.

I costi e i vincoli da considerare

Trasferirsi a Dubai, però, non è privo di criticità. Il costo della vita è elevato, in particolare per gli affitti nelle zone centrali e per le scuole internazionali. Inoltre, il permesso di soggiorno è strettamente legato al contratto di lavoro: la perdita dell’impiego può comportare l’obbligo di lasciare il Paese.

Infine, nonostante l’anima cosmopolita, Dubai mantiene un impianto normativo e culturale diverso da quello occidentale, con regole e pene molto severe se non rispettate.

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