Ue copia “Buy American”, Made in Europe contro i 350 miliardi di deficit con la Cina

Il Rapporto Draghi, ancora poco attuato, chiede di mettere la competitività europea al centro dell'agenda geopolitica. Per farlo si potrebbe passare per il "Made in Europe"

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

Dopo il tentativo Ue-Mercosur, per il momento rimandato, gli imprenditori europei hanno firmato una lettera nella quale chiedono di mettere al centro dell’agenda la “preferenza europea”. Se i cinesi hanno il Made in China e gli americani il Buy American, i 1.143 imprenditori europei si chiedono perché l’Unione Europea non possa avere il suo “Made in Europe”.

La lettera segue quello che è l’invito del Rapporto Draghi e il precedente Rapporto Letta, che immaginavano un’Europa più competitiva e produttiva, economicamente indipendente da Stati Uniti e Cina, grazie a una serie di iniziative. Questi due rapporti sono stati ancora poco attuati, come certifica il monitoraggio dell’European Policy Innovation Council (Epic). Su 883 raccomandazioni, solo l’11,2% è stato attuato. L’Europa, un anno dopo i due report, continua a presentare le fragilità contestate, come la dipendenza dalla Cina sul tema delle terre rare e la dipendenza dagli Stati Uniti sul GNL per il tema energetico.

Competitività al centro dell’agenda geopolitica

Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea e commissario europeo per l’industria, l’imprenditoria, le piccole e medie imprese e il mercato unico, ha firmato insieme a 1.143 imprenditori europei una lettera nella quale si chiede il ritorno della “competitività” nell’agenda geopolitica dell’Europa.

I primi dati che emergono sono quelli già citati delle fragilità espresse dal Rapporto Letta e dal Rapporto Draghi e non ancora attuati. Da una parte la dipendenza dalle terre rare e dai componenti per le turbine eoliche dalla Cina, dall’altra gli Stati Uniti con il loro GNL dopo la chiusura dei rubinetti russi.

Quello che chiedono gli imprenditori è che la transizione energetica sia Made in Europe. Se ne fa portavoce anche la Francia, appoggiata dalla Commissione europea, che a pochi giorni dalla presentazione della legge Industrial Accelerator Act (Iaa) chiedeva la decarbonizzazione dell’industria mantenendo la produzione europea competitiva. Per farlo, era stata adottata nel 2024 una legge per dare priorità alla produzione di tecnologie pulite nazionali, così da raggiungere la neutralità entro il 2050.

Il principio della preferenza europea

Da qui il principio della “preferenza europea” promosso nella lettera. Se i cinesi hanno il Made in China e gli americani il Buy American, anche l’Europa potrebbe avere il suo Made in Europe. “Dobbiamo stabilire, una volta per tutte, una vera preferenza europea per i nostri settori più strategici”, si legge nella lettera del vicepresidente esecutivo della Commissione europea Stéphane Séjourné.

L’idea è che ogni volta che viene utilizzato denaro pubblico europeo, questo deve contribuire alla produzione europea e a posti di lavoro di qualità in Europa.

Gli ambiti di applicazione del Made in Europe sono tanti:

In tutti questi casi, scrive Séjourné, l’azienda beneficiaria dovrà produrre una parte sostanziale della sua produzione sul suolo europeo. La stessa logica, dice, deve essere adottata anche per gli investimenti diretti esteri.

Per il vicepresidente esecutivo della Commissione è uno dei passaggi fondamentali per attuare il Rapporto Draghi, oltre a essere “un atto di indipendenza economica”.

Il Rapporto Draghi

Il Rapporto Draghi è descritto nella lettera degli imprenditori europei come un appello a una “chiara preferenza per tutti coloro che scelgono l’Europa”. Un anno dopo il suo lancio, il Rapporto Draghi però fatica a entrare nelle strategie dell’Unione Europea.

Secondo Epic, che monitora l’applicazione delle proposte dell’ex presidente della Bce, i risultati sono preoccupanti: su 883 raccomandazioni, solo l’11,2% è stato attuato. Anche considerando i progressi parziali, l’Unione Europea raggiunge a malapena il 31% dell’agenda di Draghi e il resto rimane “in corso” o invariato. La conclusione del monitoraggio è che Bruxelles si impegna a elaborare i piani per la competitività europea, ma non riesce a realizzarli.

Quello che chiede di fare l’ex presidente della Bce è colmare il divario con la Cina e con gli altri concorrenti globali, come gli Stati Uniti sul fattore energetico e tecnologico, per scongiurare la “lenta agonia” alla quale l’Europa sta andando incontro. Sul piano della transizione energetica, scrive Draghi nel suo rapporto, la concorrenza statale cinese rappresenta una minaccia alle industrie produttive europee. Tanto che l’Europa si trova già a registrare un deficit commerciale da record di 350 miliardi di euro nei confronti della Cina.

L’unico modo, scrive ancora Draghi nel suo articolato rapporto, è rafforzare la preferenza europea con

un piano congiunto che abbracci le industrie che producono energia e quelle che consentono la decarbonizzazione, come la tecnologia pulita e l’industria automobilistica.

L’11 febbraio, durante la sessione plenaria di Strasburgo, Ursula von der Leyen è chiamata a rispondere su temi quali i Paesi terzi sicuri, il prestito di 90 miliardi all’Ucraina e il tema della competitività attraverso l’attuazione del Rapporto Draghi. Sarà presente anche Mario Draghi, che però non è accolto da tutti allo stesso modo. Da una parte chi lo vede come mentore di quello che potrebbe essere il futuro degli Stati Uniti d’Europa, più forti e competitivi; dall’altra c’è chi punta il dito sul suo ruolo, come nel caso del gruppo dei Patrioti (PfE), che lo vedono come parte del problema perché “è stato parte della classe dirigente per decenni e ora è presentato come la soluzione per tutti i mali”.

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