Oltre 5.000 miliardi fermi sui conti: perché famiglie e risparmiatori continuano a scegliere la liquidità

Nonostante il ritorno dei rendimenti, una quota enorme di risparmio resta parcheggiata nei conti correnti. Non è solo prudenza: è un segnale economico.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation e tecnologie emergenti

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

Tra inflazione, incertezza e cambiamenti nei comportamenti finanziari, la liquidità sta diventando una variabile macro che incide su investimenti, credito e crescita. Nel dibattito pubblico la domanda ricorre con una nota di irritazione: perché le famiglie continuano a tenere così tanta liquidità ferma, proprio adesso che i tassi sono tornati “a fare il loro lavoro”? La risposta breve è che non esiste una sola ragione.
La risposta utile potrebbe essere che la liquidità oggi è diventata un termometro: misura insieme fiducia, paura, disallineamenti del sistema e qualità dell’offerta finanziaria.

Il dato di partenza è già di per sé una notizia. La BCE ha ricordato che le famiglie europee detengono oltre 12.000 miliardi di euro in contanti e depositi, circa un terzo delle loro attività finanziarie. Dentro questa massa, una parte molto consistente resta in forme a bassissima remunerazione, in particolare sui depositi “overnight”, cioè i conti correnti di fatto. E qui si inserisce la prima frizione: mentre i tassi ufficiali sono saliti e poi hanno iniziato a scendere, la remunerazione dei conti a vista è rimasta modesta. Nell’area euro, a dicembre 2025 il tasso sui depositi overnight delle famiglie risultava 0,25%, contro livelli più alti su alcune forme vincolate.

Una parte del risparmio non è ferma perché “non ci sono alternative”. È ferma perché, nella testa di chi decide, l’alternativa non è ancora abbastanza convincente.

La liquidità come assicurazione psicologica dopo anni di shock

C’è una dinamica spesso sottovalutata: il denaro sui conti non è solo una scelta finanziaria, è una scelta emotiva. Chi ha attraversato in pochi anni pandemia, guerra, picchi inflattivi e instabilità energetica ha imparato un principio semplice: la normalità può saltare.

Non stupisce che un filone di analisi della BCE abbia rimesso al centro perfino il ruolo del contante come “ruota di scorta” nei momenti in cui i sistemi digitali non funzionano o la fiducia vacilla. Questa narrativa, che un tempo sarebbe sembrata marginale, diventa mainstream: la liquidità è percepita come protezione contro l’imprevisto, prima ancora che come scelta di portafoglio.

È anche il motivo per cui l’inflazione ha un effetto paradossale. In teoria dovrebbe spingere a investire; in pratica, quando è alta e “aggressiva”, può produrre una reazione opposta: irrigidire. Si risparmia in forma liquida per avere controllo, per rimandare decisioni, per non sbagliare timing. È la finanza comportamentale applicata alla vita reale.

Il vero nodo: il premio di liquidità contro un’offerta percepita come complicata

Il problema europeo non è solo culturale: è anche industriale. Se una quota così ampia di ricchezza resta in depositi, significa che il mercato non sta convertendo in modo efficace risparmio in investimento.

La BCE lo dice senza giri di parole: se la quota di depositi delle famiglie europee si avvicinasse a quella statunitense, fino a 8.000 miliardi potrebbero essere reindirizzati verso investimenti di lungo periodo, con un potenziale flusso annuo superiore ai 350 miliardi. È una frase che vale come diagnosi: l’Europa è ricca, ma spesso immobilizzata.

E qui entra un tema che conta più di qualsiasi moralismo: molti risparmiatori non stanno “scegliendo la liquidità” in astratto, stanno scegliendo di non scegliere un’offerta che percepiscono opaca, costosa o troppo rischiosa. Nel frattempo, l’Unione europea ha rafforzato regole e incentivi per spingere l’investimento retail nei mercati dei capitali, proprio perché una parte enorme di risparmio resta in banca invece di finanziare crescita e imprese.

La liquidità è anche un voto di sfiducia verso la filiera della distribuzione finanziaria, non solo un istinto prudenziale.

Il paradosso dei tassi: rendimenti più alti, ma “pass-through” ancora imperfetto

C’è poi un fatto tecnico che diventa politico: l’aumento dei tassi non si è trasmesso in modo simmetrico a mutui e depositi. Molte famiglie hanno visto salire il costo del denaro, ma non hanno percepito un beneficio altrettanto evidente sulla liquidità parcheggiata.

Le statistiche BCE mostrano chiaramente che la remunerazione dei depositi a vista resta bassa, mentre i depositi con scadenza concordata rendono di più. Eppure la massa non si muove quanto “dovrebbe”. Perché?

Perché la liquidità paga un premio che non è nel tasso: paga in flessibilità. In un’epoca incerta, la possibilità di disinvestire senza attrito ha un valore reale, soprattutto quando la differenza tra “lasciare sul conto” e “vincolare” non appare abbastanza grande da giustificare la perdita di controllo. Non è solo prudenza: è anche demografia, ricchezza immobiliare e bisogni imminenti.

C’è un pezzo di storia che spesso sfugge: la liquidità è anche un parcheggio “in attesa di”. Anticipo per una casa, aiuto ai figli, ristrutturazioni, spese sanitarie, sostegno a genitori anziani. In una società che invecchia, il bisogno di cuscinetti pronti aumenta.

E poi c’è un’altra variabile: la ricchezza immobiliare. In Paesi come l’Italia, dove la casa pesa molto nel patrimonio, la liquidità assume spesso un ruolo di bilanciamento: è il contrappeso liquido a un asset illiquido. Non è sempre inefficienza: a volte è architettura domestica del rischio.

Cosa comporta per l’economia: crescita più lenta e capitale più caro

Quando troppi soldi restano fermi, il sistema paga un prezzo. Il primo effetto è macro: meno risparmio trasformato in investimenti produttivi significa meno capitale paziente per imprese, innovazione, transizione energetica. È uno dei motivi per cui l’Europa insiste sulla necessità di spostare ricchezza verso mercati dei capitali, senza scaricare tutto sulle banche.

Il secondo effetto riguarda il credito e la stabilità bancaria: i depositi sono una fonte di funding, ma la loro composizione conta. Se restano soprattutto overnight, sono più “volatili” in caso di shock di fiducia. Non a caso, la BCE ha segnalato rischi potenziali legati anche a dinamiche nuove come la crescita delle stablecoin, che potrebbero drenare depositi dal sistema bancario tradizionale.

Il terzo effetto è più sottile: la liquidità di massa può convivere con la percezione di insicurezza economica. È un segnale tipico delle fasi in cui famiglie e imprese preferiscono opzioni reversibili invece di scelte irreversibili. E questo, storicamente, non è l’habitat ideale per una crescita robusta.

La liquidità è “troppa” o è il mercato che non offre abbastanza fiducia?

Il punto non è colpevolizzare chi tiene soldi sul conto. Il punto è capire perché, dopo anni di shock, la liquidità stia vincendo contro alternative che in teoria offrono rendimento.

Se la risposta fosse solo “ignoranza finanziaria”, basterebbe educazione. Ma i segnali raccontano qualcosa di più complesso: la liquidità è diventata un linguaggio. Dice che la fiducia è selettiva. Che il rischio percepito non è solo nei mercati, ma anche nella complessità dei prodotti e nella stabilità del contesto. Che molti risparmiatori preferiscono un rendimento certo (anche se basso) a una promessa più alta ma emotivamente costosa.

E qui sta la vera implicazione: finché quella massa resterà ferma, l’Europa continuerà a muoversi con un freno tirato. La liquidità non è soltanto un “non investimento”. È un indicatore di sistema. E come tutti gli indicatori seri, non va giudicato: va interpretato. Poi, semmai, corretto con politiche, trasparenza, concorrenza e strumenti che meritino davvero fiducia.

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