Perché fare la spesa costa di più se l’inflazione è stabile in Italia?

I dati Istat del 16 gennaio 2026 ci dicono che l'inflazione è stabile, ma aumentano i prezzi di alimentari. Analizziamo questo paradosso

Pubblicato:

Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

L’inflazione in Italia resta complessivamente sotto controllo, ma probabilmente per le famiglie la percezione è un’altra, visto che fare la spesa costa sempre di più. È il paradosso che emerge con chiarezza dai dati definitivi sui prezzi al consumo, pubblicati da Istat il 16 gennaio 2026, che confermano un’inflazione stabile su valori moderati, ma evidenziano allo stesso tempo una dinamica più sostenuta per i beni di uso quotidiano e ad alta frequenza d’acquisto.

Un quadro che aiuta a spiegare perché, nonostante indicatori macroeconomici rassicuranti, il potere d’acquisto continui a essere sotto pressione.

Inflazione in Italia: i dati Istat

Secondo i dati Istat, il costo della vita ha registrato un piccolo scatto in avanti dello 0,2% alla fine dell’anno. Se guardiamo invece al quadro più ampio, ovvero il confronto con lo stesso mese dell’anno precedente, l’inflazione si è attestata al +1,2%. Si tratta di una lieve accelerazione rispetto al +1,1% registrato a novembre 2025, che riporta la crescita dei prezzi esattamente sui livelli che avevamo già osservato a ottobre.

Facendo un passo indietro e guardando tutto il 2025, i numeri invece ci dicono che i prezzi sono cresciuti in media dell’1,5% in un anno. L’inflazione di fondo, che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari freschi, ha chiuso l’anno (restando stabile) a +1,7%. Durante tutto il 2025, invece, si è mantenuta al +1,9%, in leggero rallentamento rispetto al 2024 (+2,0%). Solo quella al netto dei costi energetici è aumentata lievemente, passando da +1,7% a +1,8%.

Perché i prezzi sono saliti a dicembre?

La piccola accelerazione dell’inflazione che abbiamo visto a fine 2025 non è avvenuta per caso, ma è il risultato di alcune spinte specifiche. A trascinare verso l’alto l’indice dei prezzi sono stati principalmente tre settori.

Se confrontiamo dicembre 2025 con lo stesso mese dell’anno precedente, notiamo che i servizi legati alla mobilità sono balzati da una crescita dello 0,9% a un più consistente +2,6%.

Anche gli alimentari non lavorati (come frutta e verdura) hanno raddoppiato il loro ritmo di crescita, passando dal +1,1% al +2,3%.

Un aumento più contenuto, ma comunque presente, ha riguardato poi i servizi generici, passati dal 2,0% al 2,2%.

Il paradosso dei prezzi: rallentamento non significa calo

Quando sentiamo dire che l’inflazione scende o resta stabile, siamo portati a pensare che i prezzi stiano diminuendo. In realtà, questo significa solo che i prezzi stanno crescendo meno velocemente rispetto a prima.

L’inflazione misura la velocità con cui i prezzi salgono. Se, per esempio, l’inflazione passa dal 10% al 2%, i prezzi non tornano indietro: stanno semplicemente salendo in modo più lento.

Il motivo per cui il confronto con il passato ci sembra così punitivo è l’effetto somma. Anche se oggi l’inflazione è bassa o ferma rispetto a qualche tempo fa, si applica su prezzi che sono già stati gonfiati dai forti rincari degli anni precedenti.

Guardando le stime basate sui dati Istat, negli ultimi cinque anni il costo dei beni alimentari e di prima necessità è sempre aumentato, complessivamente. L’inflazione generale è una media che include tutto, dai computer alle bollette. Tuttavia, i beni che compriamo più spesso, come pane, latte e verdura, hanno spesso ritmi diversi.

Infatti, a dicembre 2025, mentre l’inflazione generale era del +1,2%, i prodotti alimentari non lavorati registravano un aumento annuo del 2,3%. E poiché facciamo la spesa speso, percepiamo molto più chiaramente il rincaro del cibo rispetto al calo di un abbonamento internet o di una bolletta energetica.

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