In seguito all’accordo tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra avviata da Trump il 28 febbraio, i future sul Brent sono scesi di circa il 30% dal picco della crisi, attestandosi attorno agli 80 dollari, circa 10 dollari sopra il livello di fine febbraio. Il WTI è sceso a circa 78 dollari. Tuttavia, con diverse questioni chiave apparentemente irrisolte, prevale la cautela. “Non aspettatevi un ritorno presto ai livelli pre-guerra”, ha avvertito Allen Good, direttore della ricerca azionaria di Morningstar. “Le spedizioni impiegheranno comunque del tempo a raggiungere il mercato, mentre le scorte dovranno essere ricostituite. Questo probabilmente fisserà un pavimento più alto per i prezzi del petrolio rispetto a prima della guerra, quando i mercati scontavano un’aspettativa di eccesso di offerta nel 2026”.
Le previsioni divergenti sulla produzione
Secondo Good di Morningstar, ipotizzando una rapida riapertura dello Stretto di Hormuz, che trasporta circa un quinto del petrolio e gas trasportato via mare nel mondo, le esportazioni potrebbero riprendere rapidamente, prima dalle scorte già a bordo delle petroliere e poi dalla produzione precedentemente fermata: “Questo dovrebbe alleviare la pressione sulla carenza di offerta globale, che si era basata in gran parte sui prelievi dalle scorte per contenere i prezzi del petrolio”.
Più scettica Capital Economics, che prevede due o tre mesi prima che la produzione torni all’80% dei livelli pre-guerra, con i prezzi attesi a fine anno sui livelli attuali, pur con un possibile rialzo nel breve termine. “Non escluderei un rialzo del prezzo del petrolio nel breve periodo“, dice David Oxley, capo economista per clima e materie prime di Capital Economics, secondo cui i mercati energetici potrebbero aver venduto prematuramente a inizio settimana: “La spinta a ricostruire le scorte potrebbe impedire ai prezzi del petrolio di scendere oltre quanto avrebbero potuto.”
Il GNL recupererà più lentamente
Il prezzo di riferimento europeo per il gas naturale, il contratto future olandese TTF, si è attestato martedì attorno a 42 euro per megawattora, circa 12 euro sopra i livelli pre-guerra. Capital Economics prevede tuttavia un nuovo rialzo in inverno, con prezzi medi attorno a 55 euro/MWh. “Il mercato del GNL avrà più cicatrici nei prossimi mesi”, afferma Oxley, aggiungendo che potrebbero servire diversi anni perché la produzione si normalizzi. Le previsioni seguono gli allarmi lanciati dal Qatar a marzo, secondo cui gli attacchi iraniani avrebbero azzerato il 17% della sua capacità GNL per un periodo fino a cinque anni, sebbene arrivino indicazioni che il Paese punti a ripristinare la maggior parte della capacità di esportazione entro due mesi.
Cosa succede se l’accordo dovesse fallire
Tra i principali rischi per una rapida ripresa dei flussi petroliferi figurano la possibile presenza di mine nello Stretto, una nuova chiusura della rotta da parte dell’Iran e un più ampio ritorno alle ostilità nella regione. “Se fallisse, i mercati potrebbero attendersi un ritorno alla situazione attuale, con alcuni volumi che continuano a defluire dallo Stretto, ma a livelli molto più bassi rispetto a prima della guerra e una continua dipendenza dalle scorte. Questo è insostenibile, e con le scorte già piuttosto ridotte, i prezzi probabilmente salirebbero molto di più per stimolare la necessaria risposta della domanda”, ha concluso Good.