Mps sfida Intesa: il piano con Banco Bpm e Banca Generali cambia il risiko

Monte dei Paschi passa dalla difesa alla controffensiva con due operazioni su Banco Bpm e Banca Generali. Il piano può creare un polo vicino ai 70 miliardi, ma la partita passa ora dagli azionisti e dai soci forti Crédit Agricole e Generali.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

Mps sfida Intesa e rilancia il risiko bancario italiano. Il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena ha dato il via libera al piano di Luigi Lovaglio per promuovere due offerte separate su Banco Bpm e Banca Generali.

Mps passa così dalla difesa alla controffensiva. L’obiettivo è costruire un’alternativa all’Opas lanciata da Intesa Sanpaolo e preservare l’autonomia del gruppo senese, trasformando Mps da possibile preda a protagonista di una nuova aggregazione bancaria.

La mossa riapre completamente il risiko italiano. Il sì del Cda non significa che le operazioni siano già fatte: servirà il passaggio degli azionisti Mps e, soprattutto, sarà decisiva la posizione dei soci forti di Banco Bpm e Banca Generali.

Mps passa dalla difesa alla controffensiva

L’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps era stata annunciata a giugno per 30,6 miliardi di euro e, con l’andamento delle quotazioni, vale oggi circa 36 miliardi. Il progetto prevede anche la cessione a Unipol di una parte rilevante della rete del Monte, destinata poi a confluire in Bper: 635 filiali, insieme al marchio e ad altre attività.

È proprio lo scenario di uno smembramento del gruppo che Lovaglio ha contestato nelle ultime settimane. La risposta studiata da Siena ribalta, quindi, la prospettiva: Mps non sarebbe più soltanto la banca oggetto di un’acquisizione, ma diventerebbe a sua volta aggregatore.

Le offerte sarebbero realizzate utilizzando azioni Mps. Banco Bpm vale in Borsa circa 25 miliardi di euro, Banca Generali circa 8 miliardi e Mps intorno a 36 miliardi. La combinazione porterebbe a un polo con una capitalizzazione potenziale vicina ai 70 miliardi di euro, ancora inferiore ai circa 121 miliardi di Intesa, ma sufficiente a modificare gli equilibri del credito italiano.

Il sì del Cda non chiude la partita

Il passaggio più importante per capire cosa succede ora è che la decisione del Consiglio non basta.

Le regole sulle offerte pubbliche limitano la possibilità per una società sotto offerta di adottare misure difensive senza il consenso degli azionisti. Il progetto dovrà, quindi, passare anche dall’assemblea di Mps.

Questo rende decisivi i soci della banca senese, a partire da Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone, già protagonisti degli equilibri che ruotano attorno a Mediobanca e Generali.

La difficoltà è anche dall’altra parte del tavolo: per trasformare le due offerte in un progetto industriale servirà convincere gli azionisti delle società bersaglio.

Crédit Agricole e Generali hanno le chiavi del piano

Banco Bpm ha un socio che pesa molto: Crédit Agricole possiede il 29,3% del capitale. Il gruppo francese aveva già mostrato freddezza verso un’aggregazione tra Banco Bpm e Mps e nelle scorse settimane quel progetto era stato accantonato. Banco Bpm aveva poi riaperto alla possibilità di un’integrazione con le attività italiane dello stesso Crédit Agricole.

Su Banca Generali il nodo è ancora più evidente. Generali controlla circa il 51% della società e senza il Leone un’operazione appare difficilmente realizzabile.

Mps dispone, però, di una leva importante: attraverso Mediobanca possiede circa il 13% di Generali. È uno dei motivi per cui la partita non riguarda più soltanto tre banche, ma coinvolge direttamente anche Trieste e Parigi.

Perché la mossa cambia il risiko bancario

Le due operazioni avrebbero logiche differenti, ma complementari.

Con Banco Bpm, Mps rafforzerebbe soprattutto la banca commerciale e la presenza sul territorio, provando a costruire quel terzo polo nazionale capace di avvicinarsi ai due leader Intesa e UniCredit.

Banca Generali aggiungerebbe, invece, un forte presidio nella gestione del risparmio e nel private banking, integrandosi con le attività di Mediobanca già entrate nel perimetro del Monte.

La differenza rispetto al progetto Intesa è, quindi, sostanziale. Intesa punta a integrare una parte di Mps e a cederne un’altra a Unipol-Bper. Lovaglio punta, invece, a conservare il Monte e ad allargarne il perimetro.

Cosa ha detto la Borsa

La prima reazione del mercato mostra, però, che gli investitori non considerano ancora scontato il successo della strategia.

Nella seduta di giovedì Mps ha chiuso in calo dello 0,3%, mentre Banco Bpm ha guadagnato lo 0,6% e Banca Generali l’1,2%. Intesa Sanpaolo è salita dello 0,4%, mentre Unipol ha perso il 2,9%.

Il segnale è interessante: il mercato ha premiato soprattutto i possibili obiettivi delle offerte, mentre sul titolo Mps prevale ancora la prudenza legata ai costi, ai rapporti di scambio e alla complessità dell’operazione.

Cosa succede ora tra Mps e Intesa

La sfida è, quindi, appena iniziata. Mps deve trasformare il via libera del Cda in una proposta capace di convincere i propri azionisti, trovare un’intesa con i soci forti di Banco Bpm e Banca Generali e superare i necessari passaggi regolamentari.

Intesa, nel frattempo, mantiene sul tavolo un’offerta già definita e finanziariamente strutturata.

La vera domanda non è più soltanto se Mps riuscirà a difendersi. È quale delle due visioni riuscirà a convincere azionisti e mercato: l’ingresso del Monte nel gruppo Intesa con la successiva cessione di parte delle attività, oppure la trasformazione di Siena nel centro di un nuovo polo bancario italiano.

È su questo confronto che, dopo la mossa di Lovaglio, si giocherà il prossimo capitolo del risiko.

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