Fed, guerra in Iran aggiunge incertezza ma taglio dei tassi resta nell’orizzonte

La maggioranza dei membri vede ancora spazio per allentare la politica monetaria, ma solo se l'inflazione scende verso il 2%

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Redazione

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I verbali della riunione del FOMC del 17-18 marzo 2026, che si è svolta appena una settimana dopo l’inizio del conflitto USA-Israele contro l’Iran, fotografano un comitato alle prese con uno scenario macroeconomico radicalmente mutato. Il FOMC ha votato 11 a 1 per mantenere il tasso di riferimento nell’intervallo 3,5-3,75%, con il solo Stephen Miran favorevole a un taglio immediato di 25 punti base. Il conflitto aveva già causato un‘impennata di circa il 50% dei futures sul petrolio a breve scadenza e un rialzo di quasi 50 punti base del tasso di swap sull’inflazione a un anno, mentre le misure di inflazione attesa a più lungo termine erano rimaste sostanzialmente invariate, segnale che i mercati si aspettavano un impatto energetico relativamente temporaneo.

Inflazione e mercato del lavoro

Al momento della riunione, l’inflazione PCE totale si attestava al 2,8% e quella core al 3,1%, entrambe circa un quarto di punto sopra i livelli di un anno prima. I partecipanti hanno riconosciuto che i progressi verso l’obiettivo del 2% si erano interrotti nei mesi recenti, con i prezzi dei beni core ancora elevati per l’effetto dei dazi e i servizi non legati all’housing ancora al di sopra dei livelli pre-pandemia. Sul fronte occupazionale, il tasso di disoccupazione era fermo al 4,4%, ma la creazione di posti di lavoro era rimasta bassa, concentrata in pochi settori. Diversi partecipanti hanno segnalato segnali di potenziale debolezza, citando l’esitazione delle imprese nelle decisioni di assunzione anche per i possibili effetti dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro.

Il dilemma della Fed

Il documento rivela un comitato consapevole di trovarsi di fronte a rischi bidirezionali insoliti. La maggioranza dei partecipanti ha giudicato elevati sia i rischi al rialzo per l’inflazione sia quelli al ribasso per l’occupazione, sottolineando che un conflitto prolungato potrebbe richiedere tagli – se l’aumento del petrolio dovesse comprimere il potere d’acquisto e frenare l’economia – oppure rialzi, se l’inflazione si rivelasse più persistente del previsto. Alcuni membri hanno esplicitamente richiesto una formulazione “bidirezionale” nel comunicato post-riunione per riflettere questa doppia possibilità. Tutti i partecipanti hanno concordato che la politica monetaria non è su un percorso predefinito e sarà determinata riunione per riunione.

L’outlook

Le proiezioni dello staff hanno rivisto leggermente al ribasso le stime di crescita rispetto a gennaio e al rialzo quelle di inflazione per il 2026, incorporando solo un effetto limitato del conflitto sull’attività reale. Il PIL reale è atteso crescere in linea con il potenziale fino al 2028, con l’inflazione destinata a tornare vicino al 2% entro fine 2027 una volta esauriti gli effetti dei dazi e del petrolio. Molti partecipanti hanno però avvertito che questi scenari erano soggetti a incertezza eccezionalmente elevata. I mercati, che prima della riunione prezzavano ancora un taglio entro dicembre, hanno successivamente spostato le aspettative verso nessun intervento nel 2026, anche se il cessate il fuoco annunciato nei giorni successivi ha riportato qualche probabilità di allentamento sul tavolo. La prossima riunione del FOMC è fissata per il 28-29 aprile 2026.

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