Venezuela, la nuova era post-Maduro: tornano Eni e Repsol

Le due big petrolifere europee hanno siglato un accordo con la compagnia di stato PDVSA. Verso la fine dell'isolamento internazionale

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Redazione

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L’accordo siglato il 13 marzo 2026 tra Eni, la spagnola Repsol e la compagnia di Stato venezuelana PDVSA rappresenta un punto di svolta geopolitico per l’America Latina. Dopo anni di isolamento, il Venezuela riapre ufficialmente le porte ai giganti energetici europei per sfruttare il giacimento offshore Cardón IV, uno dei più grandi del continente.

Le parole di Delcy Rodríguez: “Sempre al nostro fianco”

La presidente ad interim e figura chiave della transizione venezuelana, Delcy Rodríguez, ha presieduto la cerimonia di firma presso la sede della PDVSA, usando toni carichi di gratitudine politica. Ha voluto sottolineare come le due società europee non abbiano mai abbandonato il Paese, nemmeno durante le fasi più critiche delle sanzioni internazionali: “Siamo profondamente grati a Eni e Repsol per essere rimaste al fianco del popolo venezuelano nei momenti più difficili e complicati. Non hanno voltato le spalle al nostro Paese e oggi raccogliamo insieme il frutto di questo sforzo congiunto.”

Rodríguez ha poi spiegato che l’intesa è il pilastro del piano strategico 2026-2028: “L’accordo non solo garantisce la fornitura di gas per lo sviluppo nazionale e il consumo interno, ma permetterà al Venezuela di trasformarsi finalmente in un Paese esportatore di gas.”

La posizione di Eni: sostenibilità ed export

Dal canto suo, Eni ha risposto con una nota che bilancia la soddisfazione commerciale con la cautela operativa, tipica di un gigante quotato in borsa. La società italiana vede in questa firma la possibilità di rendere i propri investimenti finalmente remunerativi: “L’accordo ci consente di proseguire in modo economicamente sostenibile le forniture di gas naturale al Paese tramite PDVSA nel corso del 2026 e di consolidarle e ampliarle nel più lungo termine, contribuendo alla stabilizzazione energetica”.

Il management della major italiana ha inoltre posto l’accento sulla grande novità: la licenza per l’export. Eni ha dichiarato che valuterà questa opportunità mettendo a disposizione “l’esperienza maturata nella realizzazione di grandi progetti di liquefazione offshore (LNG) sviluppati con successo in tutto il mondo”, una volta ottenute le necessarie autorizzazioni.

Il momento unico per il paese: un regime in transizione

Per comprendere l’importanza di queste parole, bisogna guardare al contesto politico. La firma giunge a poche settimane dall’entrata in vigore della nuova Riforma della Legge sugli Idrocarburi, che ha drasticamente ridotto il controllo statale sulle operazioni petrolifere, aprendo di fatto il settore ai privati e agli investitori stranieri.

Questa apertura è stata resa possibile dal drastico cambiamento al vertice del Paese. Dopo l’uscita di scena di Nicolás Maduro (catturato dalle forze speciali USA a gennaio), il governo di transizione guidato dalla Rodríguez sta cercando di legittimarsi agli occhi della comunità internazionale e dei mercati. Il rilascio di oltre 600 prigionieri politici nelle ultime settimane e il dialogo costante con il Dipartimento del Tesoro americano hanno creato quel “corridoio diplomatico” che permette oggi a Eni e Repsol di operare senza il rischio di pesanti ritorsioni legali da parte di Washington.

Le sfide e le prospettive

Il giacimento Cardón IV produce attualmente 580 milioni di piedi cubi di gas al giorno. L’obiettivo è raddoppiare questa cifra entro il 2028. Tuttavia, la sfida resta immensa: il Venezuela deve ricostruire un’intera rete infrastrutturale che ha sofferto per decenni di mancanza di manutenzione.

Da questo punto di vista, l’accordo con Eni e Repsol è dunque più di un contratto energetico: è il termometro di un Paese che tenta faticosamente di tornare a essere un attore affidabile nel mercato globale.

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