I lavoratori che subiscono un’ingiusta esclusione da procedure di assunzione sono tutelati. Grazie alla Cassazione con la sentenza 18726/2026 non ci sono più dubbi: il danno derivante da una mancata o ritardata stabilizzazione può comprendere anche le differenze economiche maturate nel periodo in cui il lavoratore ha continuato a svolgere l’attività, ma con un trattamento meno favorevole rispetto a quello che gli sarebbe spettato.
La decisione è rivolta in particolare al pubblico impiego, ma in realtà fa perno su principi generali che suggeriscono quando un dipendente può ottenere un risarcimento per il danno economico subìto a causa di comportamenti illegittimi del suo datore.
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La mancata stabilizzazione e l’azione legale del lavoratore contro l’amministrazione pubblica
Il caso riguardava un lavoratore socialmente utile che aveva partecipato a una procedura di selezione, avviata da un’amministrazione comunale per la stabilizzazione del personale. Secondo l’uomo, l’ente lo aveva illegittimamente escluso da una graduatoria — e collocato in una posizione non utile in un’altra — impedendogli così di essere stabilizzato insieme ad altri candidati, che invece erano stati assunti.
Il lavoratore si è così rivolto al giudice chiedendo il riconoscimento del diritto alla stabilizzazione con decorrenza retroattiva e a un congruo ristoro economico per il ritardo nell’assunzione. Quest’ultimo veniva quantificato nella differenza tra quanto effettivamente percepito come lavoratore socialmente utile e quanto avrebbe guadagnato se fosse stato stabilizzato nei tempi corretti.
Le decisioni dei giudici di merito e il principio della tardiva assunzione
In primo grado l’iniziativa giudiziaria dell’uomo ha avuto pieno successo. Da un lato, il tribunale ha riconosciuto il diritto alla stabilizzazione contrattuale, dall’altro ha accertato il suo diritto al risarcimento, calcolato proprio sulla base delle differenze economiche maturate nel periodo di ritardo.
Di diverso avviso la corte d’appello. Pur confermando il diritto del lavoratore alla stabilizzazione, aveva escluso il risarcimento parametrato alle differenze retributive, richiamando il consolidato orientamento giurisprudenziale in materia di tardiva assunzione nel pubblico impiego contrattualizzato. Secondo questo principio generale, il lavoratore non può pretendere automaticamente le retribuzioni relative a un periodo in cui il rapporto non era ancora formalmente costituito.
In sostanza, se viene accertato in aula il ritardo nell’assunzione, il lavoratore può ottenere la retrodatazione giuridica del rapporto, ossia lo spostamento dell’inizio del rapporto al momento in cui l’assunzione avrebbe dovuto aversi. E se ci sono effetti ad esempio sull’anzianità di servizio o sulle ferie, non scatta automaticamente il diritto a ricevere tutte le retribuzioni relative al periodo precedente.
Il perché della distinzione risiede in un principio fondamentale del diritto del lavoro: la retribuzione presuppone l’esistenza di un rapporto di reciprocità — in gergo sinallagmatico — tra prestazione lavorativa e controprestazione economica.
Il salario rappresenta sempre il compenso dell’attività resa nell’ambito di un rapporto validamente attivato. E proprio per questo motivo, la semplice retrodatazione giuridica dell’assunzione non basta all’insorgenza del diritto alle retribuzioni arretrate.
Il riconoscimento delle differenze retributive come danno risarcibile
La causa è finita in Cassazione che ha spiegato che non c’è spazio per il principio appena visto. In questa vicenda, infatti, il lavoratore non era rimasto inattivo aspettando l’assunzione. Anzi, aveva continuato a svolgere attività lavorativa per l’amministrazione, percependo però un trattamento economico inferiore rispetto a quello che avrebbe ottenuto se fosse stato correttamente e tempestivamente stabilizzato.
Questa differenza si è rivelata decisiva. Infatti quando:
- il lavoratore non svolge alcuna attività prima dell’assunzione, la questione riguarda il riconoscimento di retribuzioni per un periodo in cui il rapporto non era ancora esistente;
- l’attività lavorativa è effettivamente svolta — ma a condizioni economiche peggiori rispetto a quelle dovute — il problema riguarda la perdita patrimoniale causata dall’illegittima condotta del datore.
E le differenze retributive possono rappresentare un danno risarcibile. La Suprema Corte ha affermato che il danno patrimoniale può essere rappresentato proprio dalla differenza tra l’effettivo salario e quello altrimenti incassato in caso di stabilizzazione — o assunzione — avvenuta tempestivamente.
Attenzione perché non si tratta di riconoscere retribuzioni, dovute in senso tecnico per un rapporto formalmente inesistente, ma di risarcire una perdita economica effettivamente subìta. La causa sta nel comportamento ingiusto dell’amministrazione che ha ritardato (o impedito) l’instaurazione del rapporto nelle giuste modalità. Sono situazioni pratiche in cui il danno è risarcibile secondo l’art. 2043 del Codice Civile sulla responsabilità extracontrattuale (materia non tra le più gravose per i tribunali).
Non basta l’illegittimità perché il danno va sempre provato
La Corte ha comunque ricordato che il risarcimento non è “automatico”. Chi agisce in giudizio deve sempre dimostrare:
- l’illegittimità del comportamento dell’amministrazione;
- l’esistenza di un concreto danno patrimoniale;
- il nesso causale tra la condotta illegittima e la perdita economica.
Il dipendente non può perciò limitarsi ad affermare di essere stato escluso illegittimamente. Ma deve indicare, nel dettaglio, quale danno abbia effettivamente subìto.
Quali danni possono essere risarciti e il ruolo dell’aliunde perceptum
La pronuncia della Cassazione è interessante anche sotto un altro aspetto. Evidenzia infatti che il danno da mancata o ritardata assunzione può essere fonte di risarcimento di una pluralità di conseguenze.
Non solo la differenza economica tra stipendio incassato e potenziale, come in questo caso, ma anche le spese sostenute per la ricerca di nuove opportunità lavorative oppure le conseguenze patrimoniali derivanti dall’assenza di occupazione.
La Suprema Corte ha altresì precisato che il giudice dovrà sempre valutare l’eventuale presenza di quello che in gergo è definito aliunde perceptum: somme o vantaggi economici percepiti dal lavoratore nello stesso periodo, e che possano incidere sulla quantificazione finale del danno.
Accogliendo il ricorso sul punto relativo al risarcimento del danno, la Cassazione ha così annullato la decisione della corte d’appello e rinviato la causa per una nuova valutazione. In sede di rinvio, la magistratura dovrà perciò verificare non soltanto l’entità delle differenze economiche maturate, ma anche l’eventuale rilevanza di redditi o utilità percepiti dal lavoratore nel periodo di riferimento.
Che cosa cambia
Come è noto, il tema degli stipendi è ricorrente nelle pronunce della magistratura. Basti pensare ai recenti chiarimenti sulla retribuzione nelle ferie.
L’utilità della sentenza 18726/2026 della Cassazione è l’aver chiarito, una volta per tutte, che un danno economico può coincidere anche con la perdita del miglior trattamento retributivo che il lavoratore avrebbe percepito, in caso di tempestiva stabilizzazione o assunzione.
Il principio giurisprudenziale generale è che quando un lavoratore continua a prestare attività ma viene ingiustamente mantenuto in una posizione economicamente meno favorevole — rispetto a quella che gli sarebbe spettata — non è destinatario di mancati stipendi. È invece vittima di un danno patrimoniale risarcibile.
Sono situazioni pratiche in cui il ristoro economico non riguarda retribuzioni automaticamente dovute, ma una perdita economica concreta, dimostrabile e accertabile, causata dal cattivo comportamento dell’amministrazione o del datore di lavoro.
In definitiva, la pronuncia in oggetto è un presidio per la generalità dei lavoratori — precari, part time “forzati”, supplenze — perché conferma che le conseguenze economiche di comportamenti ingiusti del capo non possono restare senza tutela.