La crisi demografica italiana non è più soltanto un tema da dibattito accademico o politico, ma una realtà strutturale che emerge con chiarezza dai dati più recenti diffusi dall’Istat. Il report pubblicato a fine marzo, aggiornato al 2025, restituisce l’immagine di un Paese sempre più anziano, caratterizzato da un calo persistente delle nascite, un aumento della longevità e un equilibrio demografico mantenuto quasi esclusivamente grazie ai flussi migratori.
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In Italia sono più gli over 65 che i giovani
Al 1° gennaio 2026, secondo le statistiche, in Italia over 65 sono 14,8 milioni, pari al 25,1% della popolazione, mentre i giovani fino a 14 anni rappresentano solo l’11,6%. La popolazione in età lavorativa (15-64 anni) rappresenta invece il 63,2% del totale.
Nel confronto europeo, il Paese ha la quota più bassa di giovani e la quota più alta di anziani. L’età mediana raggiunge 49,1 anni, oltre 4 anni in più rispetto alla media dell’Ue (44,9 anni). Questo squilibrio demografico è il risultato di un processo di lungo periodo, alimentato da bassi livelli di natalità e da una crescente longevità.
Insieme al calo delle nascite, continua ad aumentare la speranza di vita, che nel 2025 raggiunge:
- 81,7 anni per gli uomini;
- 85,7 anni per le donne
L’Italia si colloca tra i Paesi più longevi d’Europa, con un aumento significativo degli ultra-anziani:
- oltre 2,5 milioni di persone hanno più di 85 anni;
- gli ultracentenari superano le 24mila unità.
Questo rappresenta certamente un successo in termini sanitari e di qualità della vita, ma incide profondamente sulla domanda di servizi sanitari, assistenziali e previdenziali.
Famiglie sempre più piccole e solitudine in crescita
Questa crisi demografica si riflette anche nella struttura delle famiglie.
Oggi il 37,1% dei nuclei familiari è composto da una sola persona e la dimensione media familiare è scesa a 2,2 componenti. Le coppie con figli rappresentano ormai meno di un terzo del totale (28,4%), mentre aumentano le famiglie unipersonali e i nuclei monogenitore.
Il ruolo decisivo dell’immigrazione
A oggi l’immigrazione contribuisce a garantire la tenuta demografica. Al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti sono 5,56 milioni e l’incidenza sulla popolazione totale è del 9,4%.
La crescita della popolazione straniera contribuisce quindi a:
- sostenere il numero di nascite (1 nato su 8 è straniero);
- compensare il calo della popolazione italiana;
- alimentare il mercato del lavoro.
Senza questo apporto, il declino demografico sarebbe ancora più marcato. Infatti, al 1° gennaio 2026 la popolazione residente in Italia si attesta a 58,9 milioni di persone, un dato sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Tuttavia, questa apparente stabilità nasconde un forte squilibrio interno. Il saldo naturale (nascite meno decessi) è infatti negativo: -296 mila unità.
Nel 2025 si sono registrati:
- 355mila nascite;
- 652mila decessi.
Il saldo migratorio èp invece positivo, pari a +296mila, determinato da 440mila ingressi dall’estero contro 144mila uscite. Questo vuol dire che, senza l’apporto dell’immigrazione, la popolazione italiana sarebbe in rapido declino.
Crollo della natalità e fecondità ai minimi storici
Il principale motore della crisi demografica resta il crollo delle nascite. Il numero medio di figli per donna nel 2025 scende a 1,14, uno dei livelli più bassi mai registrati nel Paese.
Per comprendere la portata del fenomeno, basta ricordare che nel 2010 la media europea era 1,57 figli per donna. Oggi l’Unione europea si attesta attorno a 1,34, e l’Italia resta significativamente al di sotto. Il risultato è un sistema demografico che fatica a rigenerarsi. Anche ipotizzando un aumento della propensione ad avere figli, il numero di nascite resterebbe comunque limitato.