Morte di Bruno Contrada, il risarcimento di 285mila euro dopo il caso mafia: a chi andranno

Chi era Bruno Contrada: carriera nel Sisde, il processo per mafia, gli anni in carcere e il risarcimento dopo la decisione della Corte europea

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

La morte di Bruno Contrada, avvenuta la sera del 12 marzo all’età di 94 anni, riporta al centro dell’attenzione una delle vicende giudiziarie più discusse della storia recente italiana.

Ex dirigente della polizia e numero tre del Sisde, il servizio segreto civile italiano, è stato protagonista di una carriera nelle istituzioni segnata da ruoli di primo piano nella lotta alla mafia. Ma anche da un processo durato oltre vent’anni che lo ha portato prima in carcere e poi a ottenere un risarcimento per ingiusta detenzione.

La carriera nelle istituzioni

Bruno Contrada nasce a Napoli il 2 settembre 1931, ma costruisce gran parte della sua carriera a Palermo, dove lavora per decenni diventando uno dei funzionari più noti delle forze dell’ordine.

Negli anni Settanta diventa capo della squadra mobile di Palermo. Successivamente passa alla Criminalpol e poi al Sisde. Per molti anni è considerato un investigatore di primo piano nella lotta alla criminalità organizzata. Tuttavia la sua figura finirà al centro di una vicenda giudiziaria che cambierà la percezione pubblica della sua carriera.

L’arresto nel 1992 e la condanna

La svolta arriva nel dicembre del 1992, l’anno delle stragi mafiose di Palermo. Il 24 dicembre Contrada viene arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, l’ex dirigente di polizia avrebbe fornito informazioni riservate a esponenti di Cosa nostra, consentendo loro di conoscere in anticipo operazioni e indagini delle forze dell’ordine.

Nel 1996 arriva la prima condanna: 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2001 la Corte d’appello ribalta la sentenza e lo assolve. Ma la Cassazione annulla l’assoluzione e dispone un nuovo processo.

Nel 2006 la Corte d’appello di Palermo emette una nuova condanna a 10 anni. L’anno successivo la Cassazione conferma definitivamente la sentenza. Contrada sconta gran parte della pena tra carcere e arresti domiciliari, fino alla fine della detenzione nell’ottobre del 2012.

Il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo

Dopo aver terminato la pena, Contrada avvia una lunga battaglia giudiziaria per ottenere la revisione del processo. Il caso arriva alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di Strasburgo.

Nel 2015 la Corte stabilisce che la condanna italiana viola il principio di legalità. Secondo i giudici europei, al tempo dei fatti contestati (tra il 1979 e il 1988) il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era ancora definito nel sistema giuridico italiano.

Per questo motivo la sentenza italiana viene dichiarata “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”. Nel 2017 anche la Cassazione recepisce la decisione della Corte europea e annulla definitivamente gli effetti della condanna.

Il nodo del risarcimento

Dopo la pronuncia della Corte europea si apre il capitolo del risarcimento per ingiusta detenzione. Contrada chiese 3 milioni di euro, ma nel 2020 la Corte d’appello di Palermo ne riconobbe circa 667 mila. La Cassazione però annullò la decisione e chiese una nuova valutazione alla Corte d’appello di Palermo.

Nella successiva sentenza i giudici stabilirono che, pur essendo stata annullata la condanna per concorso esterno, le condotte attribuite a Contrada potevano configurare il reato di favoreggiamento alla mafia. Secondo la ricostruzione della Corte, l’ex funzionario avrebbe contribuito a rafforzare Cosa nostra fornendo informazioni riservate su indagini e operazioni di polizia.

Il reato, tuttavia, risultava ormai prescritto. Per questo motivo i giudici riconobbero comunque un indennizzo di circa 285 mila euro, così suddiviso:

La decisione venne poi confermata definitivamente dalla Cassazione nel 2023.

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