Tra non molti anni l’assegno pensionistico potrebbe valere poco più della metà dell’ultima retribuzione. Secondo il recente focus Censis-Confcooperative, chi andrà in pensione nel 2060 riceverà un assegno pari al 64,8% dell’ultima retribuzione. Si tratta di un crollo drastico rispetto al dato attuale: per esempio, chi è uscito dal mondo del lavoro nel 2020, a parità di requisiti, ha ottenuto un assegno pari all’81,5% dell’ultima busta paga. La differenza è di circa 17 punti percentuali.
Il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, lancia l’allarme: tra padri e figli ci sarà quasi un dimezzamento del valore pensionistico. Uno scenario definito una vera e propria “ipoteca sul futuro”. Sarebbe il risultato, cita lo studio, di una combinazione tra l’andamento dei salari, tra i più bassi d’Europa, e le riforme previdenziali che spingono verso una riduzione costante delle somme erogate.
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A quanto ammonta la pensione di un trentenne di oggi?
La domanda che si pone Censis-Confcooperative non è tanto quanto prendano oggi i pensionati, ma quanto prenderanno i loro figli. Un trentenne di oggi rischia di vedere un taglio di 17 punti percentuali sul reddito pensionistico rispetto all’ultima busta paga percepita. Questa è la prospettiva analizzata dal presidente Maurizio Gardini partendo dai dati del focus “Pensioni, ipoteca sul futuro?”.
Numeri alla mano, lo studio rivela che chi è andato in pensione a 67 anni con 38 anni di carriera continuativa nel settore privato può contare su un tasso di sostituzione netto dell’81,5%. Al contrario suo figlio, entrato nel mercato del lavoro nel 2022 con la stessa proiezione di carriera, andrà in pensione nel 2060 con un tasso del 64,8%.
La differenza è definita “drammatica”, perché equivale a quasi il 17% in meno di sicurezza economica. Lo studio evidenzia che, a parità di contributi, i trentenni di oggi sperimenteranno una prestazione più bassa, con una distanza tra ultimo stipendio e prima pensione che quasi raddoppia: dal 18,5% dei pensionati attuali al 35,2% dei futuri.
Il problema dei salari e le prospettive demografiche
Il risultato è una somma di problemi noti ma non affrontati direttamente. Il Censis ricorda che l’Italia è terzultima in Europa per quota salari sul Pil: si colloca al 25° posto con un’incidenza del 28,9%, contro il 44,9% della Germania, il 38% della Francia e il 37,1% della Spagna.
Si tratta di un divario ormai trentennale. Se a questo si aggiungono le prospettive demografiche, il quadro si aggrava: tra il 2025 e il 2050, la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) si ridurrà del 20,5%, ovvero di 7,7 milioni di unità.
Il paradosso della spesa pensionistica
Il rapporto fa emergere un altro paradosso italiano: l’Italia presenta il livello più elevato di spesa pensionistica in rapporto al Pil in Europa, il 15,5% nel 2023 contro una media Ue del 12,3%.
Il dato è lo specchio dell’invecchiamento demografico (quasi metà della popolazione ha più di cinquant’anni), ma racconta anche di politiche previdenziali che non riescono a stare al passo con i cambiamenti sociali.
Lavoro povero: 4 milioni a rischio povertà
Pur lavorando, in Italia molti restano poveri. Nel 2024 il 10,3% degli occupati risultava a rischio povertà. Nella fascia 20-29 anni l’incidenza sale al 12%, pari a 349.000 individui.
Sono proprio questi lavoratori che dovrebbero formare le famiglie di domani.