Il ceo di Jp Morgan, Jamie Dimon, nella lettera annuale agli azionisti lancia un allarme sulle conseguenze della guerra in Iran sul settore del credito privato. Si parla di “sfide significative” dal Medio Oriente all’Ucraina, fino alla Cina, che potrebbero portare a un’inflazione più vischiosa del previsto.
In particolare però sono i prezzi del petrolio e delle materie prime a preoccupare, perché possono far crescere l’inflazione e i tassi di interesse.
Indice
La frenata nella crescita
La guerra in Iran, più di altre “sfide” (per usare il termine di Jamie Dimon), sta impattando sui mercati. Dietro all’instabilità c’è il petrolio, che dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz è salito oltre i 100 dollari al barile (nella giornata del 6 aprile ha toccato i 113 dollari).
Il primo impatto si è visto sulle analisi del trimestre appena concluso, che è stato il peggiore dal 2022 per l’S&P 500, in calo di quasi il 4% da gennaio.
La crisi energetica e il caro-energia stanno spingendo le banche centrali a un atteggiamento più prudente. Nella prospettiva migliore i tassi restano invariati, senza ulteriori tagli nell’anno, mentre nel peggiore potrebbero aumentare.
Per la frenata perfetta nella crescita, guardando in casa statunitense, Dimon descrive lo scenario reso ancora più complesso dal ritorno dei dazi. Scrive:
il riallineamento delle relazioni commerciali nel mondo sarà difficile prevedere quali effetti porterà nel lungo termine.
Rischi nel credito privato
La lettera prosegue descrivendo il credito privato potenzialmente a rischio. I valori sono ancora contenuti, ma visto che si tratta di un settore:
senza grande trasparenza o rigorosi criteri di valutazione dei prestiti, le vendite sono più probabili.
A quel punto, scrive che gli investitori inizieranno ad aspettarsi un peggioramento. Così le perdite potrebbero aumentare più del previsto e:
le autorità di vigilanza del settore assicurativo inizieranno a imporre rating più rigorosi o svalutazioni che comporteranno richieste di maggiore capitale.
Bankitalia frena la Bce sui tassi
Tornando in Europa, le nuove proiezioni macroeconomiche della Banca d’Italia prevedono il rischio recessione a causa della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele.
Sono due gli scenari. In quello base:
il pil italiano dovrebbe crescere dello 0,5% sia nel 2026 sia nel 2027, per poi salire allo 0,8% nel 2028. Una crescita limitata, dovuta anche al rincaro dei beni energetici.
Nello scenario avverso:
la crescita economica è in negativo, con il 2026 fermo a zero e il 2027 a -1,1%.
Di fronte a quest’ultima prospettiva, il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta alla conferenza organizzata dalla Farnesina il 2 aprile scorso, ha messo in guardia sulla flessione della fiducia delle famiglie. Il rischio, con l’aumento dei tassi di interesse a rallentare ancora di più l’economia, è la “tempesta perfetta”, ovvero la recessione.
Il confronto tra Stati Uniti e Europa
La lettera di Dimon si conclude con un riferimento all’Europa. Il confronto con gli Stati Uniti mostra un Vecchio Continente “non in grado di agire”.
Mentre l’economia statunitense:
continua a essere resiliente, con i consumatori che continuano a guadagnare e a spendere.
L’Europa, secondo una delle voci più influenti a Wall Street, non ha mai completato l’unione economica e per questo:
I Paesi europei hanno registrato costantemente risultati economici inferiori alle aspettative.
Ma gli Stati Uniti, commenta, hanno bisogno che l’Europa abbia successo.