Lavoro, in Italia un’impresa di persona migrante su quattro è guidata da una donna

Nonostante il gender gap che vede più della metà delle donne extracomunitarie disoccupate, una donna su otto non lavora come dipendente

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

Il dibattito pubblico sull’immigrazione in Italia si è polarizzato sui temi dell’emergenza e della sicurezza. Una narrazione che lascia sullo sfondo il ruolo crescente delle donne migranti nell’economia nazionale. I numeri, infatti, ci raccontano una storia diversa, fatta di un protagonismo che può cambiare il volto dell’imprenditoria del Paese.

Secondo i dati più recenti del Centro di ricerca Idos, le imprese guidate da donne di origine straniera in Italia sono cresciute di oltre il 56% tra il 2011 e il 2024. Si è arrivati a circa 164 mila attività. Un aumento molto più rapido rispetto alla crescita complessiva dell’imprenditoria immigrata. Oggi un’impresa straniera su quattro è guidata da una donna, segnale di una trasformazione profonda che resta però poco visibile nel dibattito pubblico.

Quali sono i settori dell’imprenditoria femminile straniera

Il dato appare sorprendente solo se si guarda alla rappresentazione stereotipata delle donne migranti. Nella narrazione pubblica queste figure sono spesso associate quasi esclusivamente al lavoro domestico o di cura. Non a caso, tali settori hanno rappresentato per anni la principale porta d’ingresso nel mercato del lavoro italiano.

La realtà però sta cambiando. Sempre più donne migranti trasformano percorsi lavorativi precari in iniziative imprenditoriali autonome. Non si tratta solo di piccoli negozi etnici o attività tradizionali: negli ultimi anni le imprenditrici straniere stanno investendo anche in ambiti meno prevedibili.

Il commercio resta il settore principale con oltre 48 mila imprese, ma cresce la presenza in comparti come alloggio e ristorazione. I segnali più interessanti arrivano da ambiti meno tradizionali, come:

Le donne straniere: una presenza più silenziosa

Le donne rappresentano oltre la metà della popolazione straniera residente in Italia, circa il 50,9% del totale. Nonostante questo peso demografico, le loro esperienze di autonomia economica sono raramente al centro del dibattito.

La conseguenza è una rappresentazione incompleta: le migranti continuano a essere percepite soprattutto come soggetti vulnerabili. Una lettura che ignora l’altra faccia della realtà, cioè la capacità di iniziativa e di adattamento che emerge in molte esperienze imprenditoriali.

Anche le donne migranti vittime del gender gap

Secondo i dati del Ministero del Lavoro, in Italia gli occupati stranieri sono oltre 2,5 milioni, pari a circa il 10,5% del totale degli occupati. Si tratta di una presenza ormai strutturale in molti settori dell’economia e anche nel sistema di welfare. I lavoratori immigrati versano ogni anno miliardi di euro di contributi previdenziali, contribuendo al finanziamento delle pensioni.

Ma dietro questo dato complessivo si nasconde un forte divario di genere. Tra i cittadini non comunitari il tasso di occupazione femminile si ferma intorno al 45-46%, mentre quello maschile supera il 70%. Il divario tra uomini e donne immigrate supera quindi i 25 punti percentuali, una distanza ancora più ampia di quella che si registra tra uomini e donne italiani.

Le difficoltà non riguardano solo l’accesso al lavoro ma anche la qualità dell’occupazione. Le donne straniere presentano tassi di disoccupazione e inattività più elevati rispetto sia agli uomini della stessa origine sia alle lavoratrici italiane.

Quando lavorano, inoltre, lo fanno quasi sempre negli stessi ambiti. Quasi nove lavoratrici straniere su dieci sono impiegate nei servizi, e circa la metà si concentra in tre professioni: collaboratrici domestiche, assistenti familiari e addette alle pulizie.

Il risultato è un doppio svantaggio, di genere e di origine. Non a caso molte lavoratrici immigrate risultano sovraistruite rispetto al lavoro svolto. Circa il 42,5% delle occupate straniere ha un livello di istruzione superiore alle mansioni che ricopre, una quota molto più alta rispetto ai lavoratori italiani.

Donne straniere migliori nelle relazioni

Avviare un’attività significa anche costruire relazioni economiche e sociali: con il territorio, con i clienti e con i fornitori. Le imprese guidate da donne migranti diventano così spesso piccoli ponti tra comunità diverse.

Se si guarda ai numeri, la crescita dell’imprenditoria femminile straniera è una delle trasformazioni più interessanti dell’economia italiana degli ultimi quindici anni. Dietro quelle oltre 164 mila imprese c’è una realtà fatta di competenze, percorsi individuali e capacità di adattamento.

Una trasformazione silenziosa che meriterebbe di essere raccontata più spesso, non solo nei rapporti statistici.

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