Il cloud non è immateriale: nel mondo esistono oltre 11.000 data center, concentrati soprattutto in pochi Paesi. Questa geografia invisibile decide prezzi, sicurezza e potere digitale. Dagli Stati Uniti all’Europa del Nord fino all’Asia: la classifica dei sette hub globali dell’infrastruttura digitale e perché la concentrazione del cloud è una questione energetica, finanziaria e geopolitica.
Indice
Il grande equivoco del cloud: non è una nuvola, è un’infrastruttura
Per anni abbiamo raccontato Internet come qualcosa di leggero, quasi etereo. Ma la realtà è l’opposto: il cloud è una delle infrastrutture più fisiche, energivore e capital intensive della storia recente. Server, sistemi di raffreddamento, fibra, sottostazioni elettriche, terreni, autorizzazioni.
Nel 2026 i data center sono diventati un asset strategico al pari di porti, reti elettriche e pipeline energetiche. Non solo perché custodiscono dati, ma perché sostengono l’economia digitale: dall’intelligenza artificiale allo streaming, dalla finanza ai servizi pubblici.
La loro distribuzione nel mondo è tutt’altro che equilibrata. E questa concentrazione racconta molto più di una semplice classifica tecnologica: racconta chi ha capitale, energia, stabilità regolatoria e capacità industriale.
I numeri globali: un’infrastruttura da trilioni di dollari
Secondo le principali analisi di settore, nel mondo operano oltre 11.000 data center, ma più della metà della capacità è concentrata in una manciata di economie avanzate. La domanda cresce a ritmi accelerati per tre ragioni strutturali:
- l’esplosione dell’intelligenza artificiale e del calcolo ad alte prestazioni
- la crescita dei servizi cloud enterprise
- l’aumento esponenziale del traffico dati
Costruire un hyperscale data center richiede investimenti nell’ordine dei miliardi e accesso a enormi quantità di energia stabile e a basso costo. Non è quindi sorprendente che solo alcuni Paesi riescano a diventare hub globali.
Stati Uniti: il cuore infrastrutturale del cloud
Gli Stati Uniti restano il centro indiscusso dell’infrastruttura digitale mondiale, con diverse migliaia di data center e la maggior parte della capacità hyperscale globale.
Qui si concentrano i grandi provider cloud e le big tech, ma anche un ecosistema finanziario capace di sostenere investimenti enormi e continui. La profondità dei mercati dei capitali, l’accesso a energia su larga scala e una lunga tradizione di innovazione tecnologica rendono gli USA il perno della geografia digitale globale.
Questo primato, tuttavia, si intreccia sempre più con la dimensione politica. Negli ultimi anni — e ancor più in uno scenario di ritorno a politiche economiche più assertive e protezioniste come quelle associate alla stagione trumpiana — infrastruttura digitale, sicurezza nazionale e politica industriale tendono a sovrapporsi. Export control su semiconduttori avanzati, incentivi al reshoring tecnologico e maggiore attenzione al controllo delle filiere critiche indicano una direzione chiara: il cloud non è più solo un mercato, ma un asset strategico.
Non è quindi solo una questione di quantità: è una questione di controllo tecnologico, standard industriali e capacità di definire le regole dell’ecosistema digitale globale. Molte architetture cloud e piattaforme software che strutturano l’economia digitale nascono e vengono gestite negli Stati Uniti, rafforzando una posizione dominante che è al tempo stesso economica, tecnologica e geopolitica.
Cina: scala industriale e sovranità digitale
La Cina ha costruito negli ultimi anni una delle più grandi infrastrutture di data center al mondo, sostenuta da una forte regia pubblica e da una strategia esplicita di sovranità tecnologica. Il Paese ha sviluppato enormi cluster soprattutto nelle regioni con energia più economica e condizioni climatiche favorevoli al raffreddamento.
Questa espansione si inserisce in una traiettoria più ampia di autosufficienza tecnologica, accelerata dalle tensioni con gli Stati Uniti sul fronte dei semiconduttori avanzati e delle tecnologie critiche.
La crescita cinese non riguarda, quindi, solo il mercato interno, ma rappresenta un modello alternativo di governance del digitale, in cui infrastruttura, regolazione e politica industriale operano come un unico sistema.
Regno Unito: hub europeo della finanza digitale
Il Regno Unito si conferma uno dei principali poli europei dell’infrastruttura digitale, grazie alla forte concentrazione nell’area di Londra, dove domanda finanziaria, connettività internazionale e un quadro regolatorio flessibile hanno favorito lo sviluppo di grandi campus di data center.
La centralità della City continua a esercitare un forte richiamo per servizi cloud legati alla finanza globale, al trading e ai servizi digitali avanzati, sostenuta da un ecosistema maturo di operatori infrastrutturali, investitori istituzionali e fornitori tecnologici.
Nel contesto post-Brexit, il Paese ha progressivamente ridefinito il proprio posizionamento come piattaforma aperta ai capitali internazionali, mantenendo stretti legami finanziari e tecnologici con gli Stati Uniti e rafforzando al tempo stesso il proprio ruolo di ponte tra Europa e mercati globali. Questa autonomia regolatoria consente una maggiore flessibilità nel definire standard e politiche per l’economia digitale, pur in un contesto di interdipendenza con il mercato europeo.
Germania: infrastruttura industriale e affidabilità energetica
La Germania rappresenta uno dei mercati più solidi e strutturati per l’infrastruttura digitale in Europa continentale, con hub strategici come Francoforte, sede di uno dei principali nodi Internet globali e punto di interconnessione cruciale per il traffico europeo.
La crescita dei data center nel Paese è trainata soprattutto dalla forte domanda enterprise e industriale, sostenuta da un tessuto produttivo altamente digitalizzato e da standard elevati in termini di sicurezza, affidabilità e continuità operativa. La posizione geografica centrale rafforza ulteriormente il ruolo della Germania come snodo naturale delle reti digitali del continente.
Negli ultimi anni, tuttavia, lo sviluppo dell’infrastruttura digitale si è intrecciato sempre più con la trasformazione del modello energetico nazionale. La progressiva riduzione della dipendenza dal gas russo e la spinta verso una transizione energetica più accelerata hanno reso il costo e la disponibilità dell’energia una variabile strategica anche per l’espansione dei data center, evidenziando la stretta connessione tra competitività industriale e sicurezza energetica.
Giappone: tecnologia avanzata e resilienza
Il Giappone è storicamente uno dei mercati più avanzati per infrastrutture digitali, con una forte concentrazione nell’area metropolitana di Tokyo e nei cluster tecnologici di Osaka, dove si combinano domanda sofisticata, elevata densità urbana e un ecosistema industriale altamente digitalizzato.
La domanda locale, trainata da settori ad alta intensità tecnologica e da un’economia fortemente orientata all’innovazione, continua a sostenere una crescita stabile dell’infrastruttura digitale, nonostante costi energetici strutturalmente elevati e vincoli geografici che richiedono elevati standard di resilienza e sicurezza operativa.
Negli ultimi anni, lo sviluppo dei data center si inserisce anche nel quadro più ampio delle politiche giapponesi di sicurezza economica e rafforzamento tecnologico.
Sul piano internazionale, il Giappone occupa una posizione peculiare come potenza tecnologica avanzata e alleato chiave nelle architetture economiche e di sicurezza dell’Indo-Pacifico, mantenendo al contempo un forte orientamento multilaterale e una tradizione di cooperazione industriale.
Paesi Bassi: la porta digitale d’Europa
I Paesi Bassi, e in particolare l’area metropolitana di Amsterdam, si sono affermati come uno degli hub più importanti dell’infrastruttura digitale europea, grazie a una straordinaria connettività internazionale e alla presenza di alcuni tra i principali snodi Internet globali.
La posizione geografica strategica e la storica vocazione del Paese come piattaforma logistica e commerciale hanno favorito lo sviluppo di un ecosistema digitale altamente interconnesso, rendendo Amsterdam uno dei principali punti di ingresso e smistamento del traffico dati tra Europa, Nord America e resto del mondo.
Negli ultimi anni, tuttavia, la rapida crescita dei data center ha sollevato un intenso dibattito interno sull’impatto energetico e sull’utilizzo del territorio, portando le autorità a introdurre limiti e criteri più stringenti per nuove installazioni.
Il caso olandese rappresenta un esempio emblematico di come la crescita dell’economia dei dati richieda un equilibrio sempre più complesso tra apertura dei mercati, sostenibilità e gestione delle infrastrutture critiche.
Irlanda: il magnete delle big tech in Europa
L’Irlanda è un caso emblematico di come fiscalità, accesso al mercato europeo e politiche pro-business possano attrarre enormi investimenti infrastrutturali. Molti hyperscaler hanno stabilito qui importanti campus, trasformando il Paese in uno dei principali hub cloud del continente, con un impatto significativo sul sistema energetico nazionale.
Energia, il vero fattore limitante
Se c’è una variabile che oggi determina la geografia dei data center più di qualsiasi altra è l’energia. I grandi campus richiedono quantità enormi di elettricità continua e affidabile e questo sta cambiando le strategie energetiche di molti Paesi. In alcune regioni i data center sono già tra i principali consumatori di energia elettrica, influenzando prezzi e pianificazione infrastrutturale.
La geografia dei data center non coincide perfettamente con quella del controllo tecnologico, ma la influenza profondamente.
La nuova geopolitica passa dai server
Nel dibattito pubblico parliamo spesso di dati come del “nuovo petrolio”. Ma il petrolio, per avere valore, ha bisogno di infrastrutture. Lo stesso vale per l’economia digitale: senza data center non esiste cloud, non esiste intelligenza artificiale, non esiste economia digitale globale.
La concentrazione dell’infrastruttura in pochi Paesi non è un fenomeno casuale, ma il prodotto di capitale, energia, politica industriale e visione strategica. Nel 2026 la domanda non è più se il digitale continuerà a crescere. È chi controllerà le fondamenta fisiche su cui si regge e quale spazio resterà a chi arriva dopo.