I Pfas, acronimo di sostanze per e polifluoroalchiliche, sono una delle classi di composti chimici più discusse degli ultimi anni. Si tratta di un insieme di oltre 10.000 molecole sintetiche, progettate per resistere all’acqua, ai grassi e alle alte temperature. Caratteristiche che hanno rese fondamentali per l’industria moderna. Svolgono talmente bene il loro compito da essere immuni al tempo, al punto che si sono guadagnati la brutta nomea di “inquinanti eterni”.
Oggi sono presenti in migliaia di prodotti: dalle padelle antiaderenti agli imballaggi alimentari, fino ai cosmetici e ai tessuti tecnici. Il problema è che questa stessa resistenza li rende estremamente persistenti, tanto da lasciare tracce nell’ambiente e nel corpo umano, con complicazioni per il sistema immunitario ed endocrino, Comprendere dove si trovano e come evitarli è diventato essenziale.
Indice
In quali prodotti si usano maggiormente
Per capire dove si nascondono i Pfas bisogna partire dalla loro funzione: rendere i materiali impermeabili, antiaderenti e resistenti a sbalzi termici. Questo li rende particolarmente utili in tutti quei prodotti che devono respingere acqua e grassi, o mantenere prestazioni elevate nel tempo.
Ecco quali sono i prodotti dove è più comune riscontrarne la presenza:
- padelle antiaderenti;
- imballaggi alimentari (compresi i contenitori da asporto e i cartoni per pizza);
- abbigliamento tecnico impermeabile;
- tessuti antimacchia per divani e tappeti;
- cosmetici;
- detergenti.
Quali sono le formule chimiche da tenere d’occhio in etichetta
Riconoscere i Pfas in etichetta non è sempre immediato, perché spesso vengono indicati con nomi tecnici o sigle poco intuitive. Tuttavia, esistono alcuni elementi ricorrenti che possono aiutare.
Ecco quali sono gli acronimi più comuni con cui possiamo riconoscerli:
- Pfte, o politetrafluoroetilene, tipico dei rivestimenti antiaderenti;
- Pfoa e Pfos, oggi sempre più regolamentate ma ancora pervasive nel mercato.
È importante anche non lasciarsi sviare da alcune diciture apparentemente rassicuranti. Un prodotto Pfoa free non è necessariamente privo di Pfas, ma solo di una specifica sostanza. Indicazioni più affidabili sono invece Pfas free o senza composti fluorurati.
Quali sono i test che possiamo fare da soli a casa
Non esistono test domestici in grado di confermare con certezza la presenza di Pfas, ma Greenpeace suggerisce alcuni metodi empirici possono offrire indicazioni utili, soprattutto nel caso degli imballaggi.
Uno dei più semplici è il cosiddetto “test della goccia”. Basta versare una piccola quantità di acqua o olio su una superficie in carta o cartone, come quella di un contenitore alimentare. Se il liquido viene assorbito, è probabile che il materiale non sia trattato. Se invece rimane in superficie formando una goccia compatta, quasi perfetta, è possibile che sia stato trattato con sostanze idrorepellenti come i Pfas.
Quanto è giustificata la preoccupazione
La preoccupazione nei confronti dei Pfas è fondata. Sono sostanze estremamente persistenti, associate a effetti negativi sulla salute. Allo stesso tempo, però, il rischio reale dipende da diversi fattori, tra cui il livello e il quantitativo di tempo di esposizione.
Negli ultimi anni, fortunatamente, le normative sono diventate più restrittive e molte aziende stanno progressivamente abbandonando i Pfas, o comunque cercando alternative. Questo è anche il senso del Manifesto, un’alleanza tra politica e parti sociali affinché si finanzi una ricerca che ci renda indipendenti dall’utilità di questi materiali, che non deve pesare quanto la messa a rischio della salute dei cittadini.