Manovra 2026, i fondi per togliere gabbie dagli allevamenti avicoli sono insufficienti

Con la Legge di Bilancio il Ministero dell'Agricoltura stanzia 500.000 euro per aiutare gli allevatori a innovare il sistema di allevamento

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

La Legge di bilancio 2026 approvata a dicembre prevede per la prima volta nella storia nazionale uno stanziamento dedicato alla transizione degli allevamenti verso sistemi senza gabbie.

Secondo il testo definitivo dell’emendamento inserito nella manovra, viene istituito presso il Ministero dell’Agricoltura un Fondo per la conversione a metodi di allevamento cage‑free con una dotazione di 500.000 euro per il 2026 e 1 milione annuo a partire dal 2027.

Questa misura è pensata per sostenere economicamente gli allevatori che decidono di eliminare progressivamente le gabbie e adottare sistemi considerati più rispettosi del benessere animale.

Cosa significa allevamento senza gabbie o cage free a livello legale

Il termine senza gabbie (da qui detto cage free) non ha oggi una definizione giuridica unificata e vincolante nella normativa italiana o dell’Unione Europea. In sostanza non esiste una legge che attribuisca a questo termine un significato legale rigido. In ambito normativo, la materia più simile è regolata dalla Direttiva Ue 1999/74/CE che disciplina i sistemi di allevamento delle galline ovaiole vieta le batterie di gabbie e permette soltanto sistemi alternativi, che in teoria offrono più spazio e libertà di movimento.

In questo contesto, cage free viene utilizzato, soprattutto nei mercati e nei programmi di certificazione, per indicare qualsiasi sistema senza gabbie. Ciò può includere gli allevamenti a terra, quelli in voliera, o gli allevamenti con accesso all’esterno.

La distinzione fondamentale è che tutti i sistemi a terra rientrano nella definizione di cage free, ma non tutti i sistemi cage free implicano accesso all’esterno o standard più elevati di benessere animale: semplicemente non usano gabbie.

Normative poco chiare comportano un allargamento del significato di cage-free o a terra

Una delle principali critiche mosse al modo in cui oggi si applicano le etichette come “a terra” o “cage free” riguarda l’uso di strutture multilivello o voliere. Questi impianti, pur essendo formalmente privi di gabbie, possono funzionare in pratica in modo molto simile a sistemi intensivi. Infatti:

In altri termini, un impianto può essere definito cage‑free pur non rendere visivamente percepibili miglioramenti nella libertà di movimento, creando così una discrepanza fra le aspettative del consumatore e la realtà di allevamento.

Quanto costa transitare a un sistemi di allevamento cage‑free

La transizione verso sistemi di allevamento cage‑free non è affatto economico. Secondo un report di ottobre 2025 del Crpa (Centro Ricerche Produzioni Animali), liberare ogni gallina dalle gabbie può costare tra i 24 e i 35 euro, a seconda della dimensione dell’allevamento e del tipo di sistema adottato, che sia a terra, a voliera o con accesso all’esterno. Installazione di posatoi, nidi, lettiere e impianti di ventilazione sono ristrutturazioni necessarie per rispettare i requisiti minimi di spazio e libertà di movimento.

Per un allevamento medio con decine di migliaia di galline, il conto totale sale rapidamente a centinaia di migliaia di euro. Così, i 500.000 euro stanziati dalla Manovra 2026 appaiono più un segnale politico simbolico che un vero sostegno economico. Senza ulteriori incentivi, la conversione verso sistemi senza gabbie rischia di non procedere.

Quali sono i rischi della sovrappopolazione degli animali negli allevamenti

Uno dei problemi legati all’allevamento intensivo, indipendentemente dal tipo di sistema è la densità elevata di animali in spazi confinati, che può favorire la diffusione di malattie e comportare rischi sanitari e gestionali. Questo autunno nella sola Lombardia, tra ottobre e novembre 2025 si sono registrati quasi 60 focolai di influenza aviaria in allevamenti avicoli, con decine di aziende poste in quarantena e misure di contenimento nell’area di 10 km attorno ai focolai.

Quando molte aziende e animali si trovano in relativa vicinanza e gli allevamenti sono densamente popolati, il virus può diffondersi rapidamente da un sito all’altro, richiedendo restrizioni, quarantene e a volte abbattimenti per controllare i focolai. Questo fenomeno mette in evidenza come condizioni di sovraffollamento e elevata densità animale possono aumentare la vulnerabilità agli agenti patogeni e creare difficoltà di biosicurezza, indipendentemente dal sistema produttivo specifico.

Perché allevamento senza gabbia significa comunque sfruttamento

Il termine cage‑free può suonare rassicurante sul piano etico, ma nel 2026 non dovrebbe essere considerato sufficiente per due ordini di motivi.

Il primo è che non garantisce condizioni di vita dignitose per gli animali. Anche in sistemi senza gabbie gli avicoli possono passare tutta la vita in capannoni chiusi senza mai vedere la luce del sole o uscire all’aperto, se non previsto dalla certificazione o dallo standard adottato. Gli animali possono essere sottoposti a densità troppo elevate di popolazione, rumorosità costante, luce artificiale continua e carenze di stimoli ambientali naturali.

In secondo luogo, anche con ulteriori garanzie su spazio vitale, arricchimento ambientale e stimoli comportamentali, questi sistemi hanno a cuore la massimizzazione della produzione e non la dignità di vita degli animali, che nascono per essere sfruttati. Ecco perché la transizione verso sistemi di produzione cage free non sarà mai sufficiente a garantire condizioni di vita compatibili con un benessere di qualsiasi tipo.

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