Tassa extraprofitti alle società energetiche, l’Italia e i Paesi Ue scrivono a Bruxelles

Italia, Germania e altri Paesi Ue chiedono una tassa sugli extraprofitti energetici per contrastare il caro petrolio e sostenere famiglie

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria lanciano un appello alla Commissione europea per introdurre una misura fiscale comune sugli utili straordinari delle compagnie energetiche. La richiesta nasce dall’impennata dei prezzi del petrolio, innescata dal conflitto in Medio Oriente, che sta pesando sempre di più sui bilanci delle famiglie e sull’economia del continente.

A firmare la lettera indirizzata al commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, sono cinque ministri delle Finanze: Giancarlo Giorgetti per l’Italia, Lars Klingbeil per la Germania, Carlos Cuerpo per la Spagna, Joaquim Miranda Sarmento per il Portogallo e Markus Marterbauer per l’Austria.

Il nodo degli extraprofitti

Alla base della proposta c’è l’idea che, quando i prezzi del petrolio aumentano a causa di eventi geopolitici come una guerra, le compagnie energetiche registrano utili straordinari non legati a investimenti o all’efficienza produttiva, ma a fattori esterni. In questi casi, sostengono i cinque ministri, è giusto che una parte di questi profitti venga redistribuita per alleggerire il peso della crisi su cittadini e imprese.

Il conflitto in Medio Oriente ha causato un aumento dei prezzi del petrolio, imponendo un onere significativo sull’economia europea e sui cittadini europei. È importante garantire che tale onere sia distribuito equamente.

Non è la prima volta che l’Europa affronta il tema. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il conseguente shock energetico, la Commissione europea introdusse un contributo straordinario sugli extraprofitti del settore. Quella misura, però, aveva limiti applicativi che i cinque ministri intendono ora superare.

Nella lettera chiedono a Bruxelles di valutare “se e come includere in modo più mirato i profitti esteri delle compagnie petrolifere multinazionali”, rispetto allo strumento adottato nel 2022.

Le richieste degli Stati

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la solidità legale della misura. I ministri non chiedono solo un intervento d’urgenza, ma uno strumento fondato su una base giuridica solida, capace di resistere a eventuali contestazioni da parte delle società coinvolte.

L’invito a Bruxelles è anche quello di muoversi rapidamente. Il testo sottolinea l’urgenza percepita dai governi firmatari: l’inflazione energetica rischia di erodere il potere d’acquisto proprio mentre l’economia europea cerca di stabilizzarsi.

La parola a Bruxelles

La Commissione europea dovrà ora valutare la fattibilità della proposta, sotto il profilo tecnico e politico. Non tutti gli Stati membri, però, condividono l’entusiasmo per questo tipo di intervento: alcuni Paesi del Nord e dell’Est Europa restano più cauti, ritenendo queste misure potenzialmente distorsive del mercato.

Il peso politico dei cinque firmatari rende comunque difficile ignorare la richiesta. Nelle prossime settimane si capirà se la Commissione aprirà un tavolo di lavoro sul tema o preferirà rinviare la discussione. In quest’ultimo caso, i singoli Paesi potrebbero muoversi autonomamente, mettendo a rischio una risposta europea coordinata.

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