Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre le lancette torneranno un’ora indietro, segnando il passaggio all’ora solare. Ogni anno questo evento consuetudinario, reso automatico dalla capacità adattiva degli smartphone, fa riaccendere il dibattito sulla convenienza di questo continuo “avanti e indietro”.
Sebbene le opinioni si dividano tra i sostenitori dell’ora legale e quelli dell’ora solare, su una cosa sembrano essere tutti d’accordo: basta cambiare ora. A Montecitorio è stata persino avviata un’indagine conoscitiva da parte della Commissione X della Camera, chiamata a valutare l’impatto economico di un eventuale orario unico.
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Consumi e bollette: quanto fa risparmiare davvero l’ora legale?
Il motivo storico per cui è stata introdotta l’ora legale è semplice: spostare un’ora di luce in più verso la sera per accendere lampadine e illuminazione pubblica un’ora più tardi a partire dalla primavera. Secondo Terna, nei sette mesi estivi questo meccanismo garantisce un risparmio di circa 80-90 milioni di euro all’anno a beneficio di famiglie, imprese e comuni.
Tuttavia, l’impatto reale sulle bollette di oggi è molto meno rilevante rispetto al passato. Studi di settore evidenziano che il risparmio complessivo sui consumi elettrici nazionali è di appena lo 0,15%. Il motivo è essenzialmente tecnologico: sia nelle abitazioni private sia nelle strade ormai si usano lampadine a Led, che costano molto meno rispetto a diversi anni fa e sono estremamente più efficienti. La maggior parte dei consumi serali si è spostata dall’illuminazione ai grandi elettrodomestici, dai computer ai condizionatori d’aria, che prescindono dalla luce del sole.
Quali sono gli effetti sulla qualità della vita e della salute
Se il fronte economico è divisivo ma dirimibile, sul lato medico e biologico ci sono molti meno dubbi. L’alterazione dell’orario, soprattutto nel passaggio da ora solare a ora legale, provoca un vero e proprio mini jet-lag sociale. La Società Italiana di Medicina Ambientale e diversi cronobiologi sottolineano che il cambio d’ora mette in crisi il ritmo circadiano.
Nei primi giorni dopo il cambio d’orario si registra un incremento dei disturbi del sonno, dell’ansia e dell’irritabilità, con un picco temporaneo di insonnia che riguarda circa il 20% della popolazione. Anche la sicurezza stradale e l’incidenza di piccoli infortuni sul lavoro risentono della stanchezza e del ritardo di adattamento psicofisico nei primi giorni successivi al passaggio.
L’Europa a macchia di leopardo: la geopolitica dei fusi orari
Se quasi tutti gli abitanti d’Europa sono concordi nell’adottare un unico orario per tutto l’anno, la vera criticità risiede nell’incompatibilità delle preferenze tra Nord e Sud.
Nel 2018 la Commissione Europea aveva promosso una consultazione pubblica in cui oltre l’84% dei cittadini si era detto favorevole ad abolire il cambio stagionale. Per questo si era dato il via libera ai singoli Stati.
Da lì si è generato un corto circuito geopolitico:
- i Paesi del Nord Europa spingono per l’ora solare permanente perché alle loro latitudini l’ora legale estiva porta poca luce aggiuntiva durante i lunghi inverni;
- nell’Europa mediterranea si beneficerebbe di più dell’ora legale permanente, per sfruttare le ore di luce serali e sostenere settori come il turismo e il commercio.
Il rischio concreto è quello di avviarsi verso un’Europa a fusi orari sfasati tra Paesi confinanti.
Perché la situazione resterà congelata
In ogni caso, qualsiasi decisione nazionale o dibattito parlamentare dovrà fare i conti con i tempi della burocrazia comunitaria. L’Unione Europea ha infatti già pubblicato la direttiva con il calendario ufficiale dei cambi d’ora programmato fino al 2031.
Anche se in Italia dovessimo decidere di avviare una sperimentazione per adottare l’ora legale tutto l’anno, l’iter avrebbe comunque bisogno dell’approvazione formale di Bruxelles, per facilitare l’armonizzazione con i partner europei. Fino al 2031, presumibilmente, si continuerà a subire il cambio dell’ora.