Meloni registra la sua voce come marchio all’Euipo: così si difende dai deepfake

Giorgia Meloni ha depositato all'Euipo il suo timbro come marchio sonoro: quattro secondi di voce per difendersi dai deepfake creati dall'IA

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Luca Incoronato

Giornalista

Giornalista pubblicista e copywriter, ha accumulato esperienze in TV, redazioni giornalistiche fisiche e online, così come in TV, come autore, giornalista e copywriter. È esperto in materie economiche.

“Io sono Giorgia Meloni”. La Presidente del Consiglio ha registrato il suo marchio vocale all’Euipo, ovvero l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale. Il deposito è avvenuto nella mattina del 5 ottobre e punta chiaramente a tutelare la sua voce dalle imitazioni create con l’IA.

Sono bastati appena quattro secondi per tutelarsi dai deepfake, richiamando proprio quel tormentone che è per lei gioia e dolore, tra esaltazione dei sostenitori e critiche delle opposizioni. È importante però capire come funzioni questa forma di tutela.

Meloni ha registrato la sua voce come un marchio

Un processo ufficialmente e legalmente vincolante, quello della registrazione della voce di Giorgia Meloni, depositata presso l’Euipo, come detto. Operazione curata dallo studio legale Mpmlegal, guidato dall’avvocato e professore Marco Mastracci.

Quattro secondi di voce, che riportano al noto “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”. Negli anni tutto ciò è stato ripreso, campionato e remixato, fino a diventare canzone da ballare e meme.

Oggi però quel timbro è un marchio registrato. Di fatto la Premier ha uno strumento in più a disposizione per difendersi da eventuali abusi.

Come funziona il marchio sonoro

Il meccanismo è lo stesso già usato nel mondo dello spettacolo da tantissimi. Il principio è molto semplice e prevede che una registrazione vocale venga depositata come marchio sonoro. Da quel momento l’esatto timbro, con le sue inflessioni e caratteristiche riconoscibili, diventa un segno distintivo e tutelato contro ogni clonazione.

Si potrebbe allora pensare al diritto d’autore ma c’è una differenza chiave. Qui non vai a proteggere un discorso o quanto viene detto. Vuoi soltanto tutelare il suono che rende riconoscibile chi lo pronuncia. Un tassello nuovo nel campo della proprietà intellettuale, aperto proprio dall’avanzata dell’intelligenza artificiale.

La minaccia dei deepfake

Oggi bastano pochi secondi di registrazione perché un programma possa imparare un timbro, replicandone le inflessioni e costruendo frasi mai pronunciate. Quando la voce clonata, poi, è di chi guida il Paese, il rischio diventa gigantesco.

Una dichiarazione mai rilasciata, una telefonata mai fatta, un audio falso ed ecco conseguenze gravissime nel mondo reale. Il marchio non impedirà di certo che qualcuno ci provi, ma offrirà un appiglio in più per contestare e difendersi.

Non la prima, tra l’altro, a operare in tal senso in Italia. Basti pensare a Luca Ward. Il celebre doppiatore ha voluto tutelare la propria voce, considerando la gran riconoscibilità e il rischio serio di abusi. Lo stesso ha fatto inoltre Giusy Ferreri e altri potrebbero imitarli.

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