Ex Ilva, prestito Ue da 390 milioni e 6 mesi per decidere il futuro dei lavoratori

Bruxelles autorizza il prestito da 390 milioni per garantire stipendi e fornitori ma impone a Roma un piano di ristrutturazione o il rimborso

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

Il via libera della Commissione europea al prestito ponte fino a 390 milioni di euro per Acciaierie d’Italia fa nuovamente sperare per l’ex Ilva di Taranto.

Bruxelles ha autorizzato l’intervento ai sensi delle norme sugli aiuti di Stato, riconoscendo la legittimità di un finanziamento temporaneo di salvataggio destinato a garantire la continuità operativa del principale produttore siderurgico italiano, fino al trasferimento delle attività al nuovo operatore che sarà selezionato tramite la gara in corso.

Perché un prestito per l’ex Ilva di Taranto

Il prestito, della durata massima di sei mesi, servirà a coprire le esigenze di liquidità immediata: stipendi, fornitori, manutenzione minima degli impianti e costi operativi indispensabili per evitare il totale collasso produttivo.

Acciaierie d’Italia è in procedura di insolvenza dal febbraio 2024 e opera con livelli produttivi ridotti al minimo storico: al momento è in marcia solo l’altoforno 4, mentre è in corso la riaccensione dell’altoforno 2 dopo oltre due anni di stop. L’altoforno 1 resta sotto sequestro senza facoltà d’uso.

La Commissione europea ha motivato il via libera richiamando tre elementi chiave: proporzionalità, temporaneità e neutralità concorrenziale.

Il prestito è limitato al fabbisogno di liquidità di breve periodo ed è concesso a condizioni di mercato comparabili a quelle disponibili per imprese concorrenti. Né Acciaierie d’Italia né la precedente Ilva hanno beneficiato di aiuti di salvataggio o ristrutturazione negli ultimi dieci anni: il dettaglio è stato decisivo per superare le maglie del diritto europeo sugli aiuti di Stato.

Alla scadenza dei sei mesi, l’Italia dovrà presentare a Bruxelles un piano di ristrutturazione o di liquidazione, oppure procedere al rimborso del prestito.

Bruxelles ha esplicitamente richiamato il rischio per il territorio: lo stop alle attività avrebbe pesanti conseguenze sociali, in particolare in Puglia dove il tasso di disoccupazione è stabilmente superiore alla media europea. A Taranto e nell’indotto, migliaia di famiglie dipendono direttamente o indirettamente dalla siderurgia.

L’effetto domino si estenderebbe alle filiere nazionali che utilizzano acciaio: automotive, costruzioni, elettrodomestici, meccanica.

Si aggiunga il contesto di tensioni geopolitiche sulle catene di approvvigionamento con produttori extra-Ue: la perdita del principale polo siderurgico italiano avrebbe un impatto macroeconomico e industriale che supera la dimensione locale.

Ex Ilva in vendita

Tra i soggetti potenzialmente interessati all’ex Ilva spicca Flacks Group, fondo statunitense specializzato in operazioni di turnaround industriale, che ha presentato un’offerta simbolica da un euro accompagnata da un piano di investimenti fino a 5 miliardi di euro. I consulenti del fondo stanno effettuando sopralluoghi negli impianti di Taranto, Genova e Novi Ligure per valutare lo stato delle linee produttive e il fabbisogno di capex.

Il piano industriale ipotizzato prevede una produzione iniziale di circa 4 milioni di tonnellate di acciaio, con l’obiettivo di salire a 6 milioni nei 18 mesi successivi, e un perimetro occupazionale che potrebbe oscillare tra 6.500 addetti nella fase di avvio e 9-10mila a regime con l’entrata in funzione dei forni elettrici.

Sul tavolo anche il tema dei partner industriali: dopo il venir meno dell’ipotesi Arvedi, sono circolati i nomi di Danieli per la componente impiantistica e di Jindal Steel come possibile fornitore di Dri. Flacks, privo di un presidio industriale diretto nel settore siderurgico, ha chiesto la presenza temporanea dello Stato nel capitale con una quota intorno al 40% nella fase di avvio.

Procedura d’infrazione contro l’Italia

Resta aperta la procedura d’infrazione contro l’Italia per il rispetto della direttiva sulle emissioni industriali nello stabilimento di Taranto. La Commissione ha chiarito che l’eventuale nuovo operatore dovrà impegnarsi nella decarbonizzazione dell’ex Ilva: chiusura progressiva delle aree a carbone, realizzazione di forni elettrici, pieno rispetto dell’Autorizzazione integrata ambientale.

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