Stati sull’orlo della bancarotta: in Italia esiste un “rischio Grecia”?

La Grecia va salvata perché il suo default colpirebbe tutti i risparmiatori europei. E' il gioco (perverso) dei derivati sul debito pubblico acquistati da banche ed enti locali. E sull'Italia ce n'è la maggiore quantità al mondo

Se fosse un risparmiatore e andasse dalla propria banca a chiedere un prestito ammettendo di aver dichiarato per anni una situazione finanziaria fasulla, molto migliore di quella reale, probabilmente verrebbe cacciato a calci. Invece la Grecia è uno Stato e, nonostante abbia dichiarato un deficit al 5,5% sul Pil quando in realtà era oltre il 13%, la sua richiesta di aiuto all’Europa va ascoltata. Nell’interesse di tutti, anche nostro.

E’ il frutto della combinazione di due elementi, che in questo caso potrebbe risultare esplosiva: la moneta unica e la finanza globale. Vediamoli singolarmente cercando di capire che rischi corre il sistema-Italia.

Euro, salvagente o zavorra per tutti

L’euro è il primo motivo di questa “solidarietà obbligatoria”. La moneta unica mette tutti i paesi che vi aderiscono sulla stessa barca: o si naviga o si affonda insieme. Per capire perché, occorre fare un minimo passo indietro, al 1999, anno dell’entrata in vigore dell’euro (in circolazione poi dal 2002) e del “Patto di stabilità e crescita“, cioè il requisito per entrare nell’Eurozona.

In sostanza le economie europee andavano (e vanno tuttora) a velocità molto diverse tra loro e per condividere tutte la stessa valuta era necessario trovare un allineamento. Nacquero così i cosiddetti “parametri di Maastricht”, tra cui il famoso e temuto rapporto deficit/Pil: il disavanzo dello Stato, cioè la parte di spesa pubblica che supera le entrate (in altre parole, le perdite), non doveva superare il 3% della ricchezza complessiva prodotta, il Pil appunto.

Per entrare nel vestito nuovo dell’euro occorreva scendere al di sotto di questo peso, e i paesi aderenti diedero drastici giri di vite alle loro politiche economiche. Ma come succede in tutte le diete, col tempo è facile perdere il rigore. Negli ultimi tempi poi ci si è messa anche la crisi economica a complicare le cose. Sta di fatto che il tetto del 3% per quasi tutti paesi è ormai un lontano ricordo: non solo la Grecia col suo 13,6%, ma anche l’Irlanda, la Gran Bretagna e la Spagna viaggiano a due cifre. Anche l’Italia ha sforato, ma se la cava decisamente meglio con un (ufficiale) 5,5%.

Anche se a brandelli, il patto deve reggere. Se salta uno, saltano tutti, perché la forza della moneta unica sta proprio nel fatto che sia “unica”, cioè comune a molte economie avanzate. Sono state anche previste delle sanzioni nei casi di superamento del tetto ma non sono mai state applicate. Tanto meno ora che i paesi che possono scagliare la prima pietra sono sempre meno. E’ per questo che alla fine – anche se la Germania e gli altri paesi più virtuosi storcono il naso – l’Europa correrà in soccorso alla Grecia con un piano da 30 miliardi di euro.

Nonostante tutto ciò, il principale veicolo di contagio del virus greco non è la moneta unica. Il rischio maggiore viene dalla finanza globale e dai derivati emessi sul debito degli Stati, che in alcuni casi diventano “titoli tossici“.

Bancarotta, troppe “polizze” in circolazione

Il pericolo per gli altri paesi europei – e anche per l’Italia – viene soprattutto da un “virus“, sconosciuto ai più, che si chiama credit default swap (Cds). E’ un derivato, cioè un prodotto finanziario il cui valore “deriva” appunto dall’andamento del valore di un altro bene (azioni, obbligazioni, valute ecc.) oppure dal verificarsi di un preciso evento. In questo caso l’evento è il default cioè l’inadempienza dello Stato nel pagamento del suo debito. In pratica si tratta di strumenti che trasferiscono questo rischio, come se fossero delle “polizze assicurative” per l’eventualità di una bancarotta. Ma se tutti si assicurano per uno stesso evento e questo evento accade, l’assicurazione che deve pagare va in tilt.

Il fatto è che i Cds sul debito della Grecia – cosi come come quelli di tutti gli altri paesi – si sono trasformati troppo spesso in strumenti speculativi e grazie alla globalizzazione dei mercati finanziari sono finiti ovunque. Li hanno acquistati le banche di tutta Europa (e non solo) ma anche molti enti locali che negli ultimi anni si sono tuffati nella finanza creativa con troppa disinvoltura (la Regione Lombardia, per esempio, ha 115 milioni di euro di derivati greci). E ora rischiano tutti di lasciarci le penne.

Abbandonare la Grecia al suo destino significa quindi mettere a rischio l’equilibrio del sistema finanziario globale. Non importa se il paese ha truccato i conti, con la complicità di colossi finanziari come Goldman Sachs e JP Morgan. Se ha continuato a emettere titoli che sarebbero presto diventati “tossici”. Se ha fatto tutto questo per occultare una situazione finanziaria al collasso. Salvare la sua economia significa salvare l’intero sistema finanziario e i soldi di milioni di risparmiatori ovviamente all’oscuro di tutto ciò.

Tutti “scommettono” sul default italiano?

Per concludere, una nota sul “giardino di casa nostra”. Abbastanza inquietante. Sul debito pubblico italiano è stata emessa la maggiore quantità di derivati tra tutti i paesi del mondo: 230 miliardi di dollari, una cifra vertiginosa. E un anno fa erano “solo” 150 miliardi. In questa tabella si può vedere il primato della “Repubblica Italiana” rispetto ai titoli emessi da Stati e altre istituzioni finanziarie private.

Perché una così ampia copertura sul rischio di default dell’Italia? Cosa succede se il mercato comincia a fiutare problemi per l’Italia? O se i conti italiani risultassero “creativi” come quelli della Grecia? L’effetto sarebbe molto più ampio perché l’economia italiana non ha le dimensioni di quella greca ma è al livello dei paesi più avanzati. Basterebbero delle “voci” di default per innescare un effetto domino devastante e aprire una crisi finanziaria di proporzioni “argentine” dalla quale il nostro sistema, finora, è rimasto relativamente immune. (A.D.M.)

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