Tutela dei consumatori, ecco il Codice

Stop alla pubblicità selvaggia, ai piazzisti televisivi senza scrupoli, alle clausole capestro. Esiste la "legge definitiva" contro il far west commerciale


C’era una volta il consumatore razionale, capace di distinguere tra le offerte commerciali, di informarsi sui prodotti e di stipulare contratti vantaggiosi… La storia del rapporto tra aziende e consumatori potrebbe iniziare così, come si conviene ad ogni favola. Sì, perché quella del consumatore razionale è poco più che una favola, o meglio un modello teorico che non ha mai trovato un effettivo riscontro nella prassi commerciale. Negli ultimi decenni poi, sotto i colpi di una prepotente moltiplicazione dei canali di vendita (cataloghi per corrispondenza, televisione, Internet), questa teoria si è definitivamente sgretolata mostrando tutta la nudità del consumatore di fronte a pubblicità ingannevole, prodotti difettosi, clausole contrattuali oscure e quant’altro. Insomma, il consumatore è ormai unanimamente riconosciuto come parte debole del contratto di acquisto – quando la controparte è un professionista della vendita – e come tale va tutelato.

Questo principio era già entrato da tempo nella legislazione italiana, ma in ordine sparso. Ma ora trova ospitalità definitiva e ufficiale nel Codice del consumo, un testo legislativo approvato da pochi anni che raccoglie e coordina tutta la normativa esistente sull’argomento. Non si tratta cioè di una rivoluzione normativa, ma dell’integrazione di una miriade di provvedimenti sparsi e frammentari. Finalmente un po’ d’ordine nella materia. Legislativamente parlando, è nata la Bibbia del consumatore.

La chiarezza innanzitutto

Un provvedimento con queste ambizioni deve innanzitutto essere comprensibile al consumatore. E il primo pregio di questa legge, in effetti, è proprio quello di essere più chiara e leggibile di tante altre raccolte normative. La sua suddivisione interna, inoltre, non segue certe oscure logiche tipiche dei testi unici, ma ripercorre il naturale processo di acquisto, dalla valutazione dell’offerta alla conclusione del contratto.

Pubblicità, un’invasione “controllata”

Si comincia con gli strumenti di valutazione dell’offerta commerciale. Dopo un preambolo, per la verità molto generico, sull’educazione del consumatore, ci si addentra in questioni più concrete come l’informazione commerciale. Si trovano qui le norme che regolano le diciture obbligatorie sulle etichette o l’indicazione dei prezzi per unità di misura. Ma – cosa più importante – si parla di pubblicità, ribadendo che dev’essere “palese, veritiera e corretta”. E non ci si ferma alle enunciazioni di principio, ma si stabilisce anche che cosa si intende per pubblicità ingannevole, quando è ammessa quella comparativa (se “non ingenera confusione” e “non causa discredito”) e quali sono le condizioni di trasparenza necessaria (divieto di pubblicità camuffata da informazione o di pubblicità subliminale). E’ confermato inoltre il divieto di far apparire negli spot i bambini con meno di 14 anni.

Televendite sotto sorveglianza

Una sezione a parte è dedicata ai fatidici imbonitori televisivi. Il Codice parla chiaro: “le televendite devono evitare ogni forma di sfruttamento della superstizione, della credulità o della paura” e “non devono contenere dichiarazioni o rappresentazioni che possono indurre in errore gli utenti o i consumatori, anche per mezzo di omissioni, ambiguità o esagerazioni“.

Quando manca il negozio

Ma in fatto di tutela del consumatore come parte debole del rapporto commerciale, la parte del leone la fa la disciplina delle vendite fuori dei locali commerciali e dei contratti a distanza. In questi casi, infatti, il contesto in cui avviene la stipulazione, l’uso del mezzo di comunicazione e talvolta “l’immaterialità” del bene mettono il consumatore in una oggettiva condizione di maggiore vulnerabilità contrattuale.

Quando la vendita avviene al domicilio del consumatore, in un’area aperta al pubblico (ad esempio una fiera) o per corrispondenza, il venditore professionista è tenuto a informare l’acquirente sul suo diritto di recesso (v. box). Questa informazione deve essere riportata per iscritto sulla nota d’ordine che viene fatta firmare al consumatore o, in caso di vendita per corrispondenza, sul catalogo.

Se l’acquisto non ci convince

Per i contratti a distanza o stipulati fuori dai locali commerciali, il consumatore ha diritto di recedere

  • senza alcuna penalità e
  • senza l’obbligo di fornire motivazioni,

col semplice invio al venditore di una raccomandata con avviso di ricevimento.

Il recesso deve avvenire entro 10 giorni lavorativi dalla conclusione del contratto, o dal ricevimento della merce se l’acquisto non è stato effettuato in presenza del venditore.

Il consumatore deve recapitare al mittente il bene integro ed è tenuto solo alle spese di spedizione. Il venditore deve restituire all’acquirente l’intero prezzo del bene, compresa l’eventuale caparra, e deve farlo nel più breve tempo possibile.

In alcuni casi il recesso non è ammesso. Tra questi ci sono le ipotesi di fornitura di:

  • di cibi e bevande a domicilio con cadenza periodica;
  • beni il cui prezzo è legato a fluttuazioni del mercato che il professionista non è in grado di controllare;
  • prodotti realizzati su misura per il cliente;
  • audiovisivi e software a cui l’acquirente ha tolto i sigilli;
  • giornali e riviste;
  • servizi di scommesse e lotterie.

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