Le lauree non sono tutte uguali

Anche nei concorsi pubblici si valuterà la specifico curriculum dei candidati. E la laurea in un'università prestigiosa peserà di più

Cosa non si fa per il famoso “pezzo di carta“. Lo sanno bene le varie università telematiche spuntate come funghi negli ultimi anni con la complicità di un ordinamento molto permissivo. Loro, il pezzo di carta – la laurea, appunto – non lo negano a nessuno. E siccome per partecipare a un concorso pubblico il loro titolo vale quanto quello di atenei con tradizioni secolari, hanno avuto un notevole successo. Questo almeno fin quando nel pubblico impiego esiste il valore legale dei titoli di studio, che non distingue tra una laurea presa alla Bocconi di Milano o alla Normale di Pisa e quella rilasciata da una delle 11 università online riconosciute.

Ma questa “appiattimento” ha i giorni contati. Per intervenire sul meccanismo delle lauree facili il governo Monti vuole, se non abolire, almeno rivedere il principio del valore legale dei titoli. Lo fa inserendo una norma nel decreto semplificazioni che intende “consentire l’accesso ai concorsi pubblici ai soggetti in possesso del diploma di laurea nonché, ove necessario, di ulteriori specifiche esperienze professionali”. Inoltre, “qualora sia richiesto uno specifico e congruo numero di crediti formativi, questi possono essere acquisiti in soprannumero rispetto ai percorsi ordinari previsti per il conseguimento della laurea”.

Valutare il “peso specifico” delle lauree

Traducendo dal linguaggio volutamente felpato della legge, significa introdurre anche per  i concorsi pubblici una valutazione ad hoc dei titoli di studio e, più in generale, del curriculum dei candidati. Attenuare il valore legale dei titoli, vuol dire in sostanza che le lauree non sono più tutte uguali di fronte alla legge e, nel valutare una candidatura, anche un ente pubblico può tenere conto del “peso specifico” del titolo. Proprio come una selezione in un’azienda privata. Un modo anche per aumentare la competizione fra le università (e implicitamente tagliare fuori dal mercato gli atenei “posticci”).

Con la nuova norma, inoltre, gli enti o gli albi professionali che bandiranno concorsi pubblici potranno valutare, oltre alla laurea, titoli formativi come master, dottorati, specializzazioni, o anche entrare nel dettaglio dei piani di studio (quali esami sono stati sostenuti e con che voti). In effetti, se la meritocrazia deve entrare nella pubblica amministrazione perché non cominciare al momento dell’assunzione? (A.D.M.)

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