Insulti ammessi e vietati. La Cassazione vara “l’ingiuriometro”

La parolaccia ha rilievo penale solo in alcuni casi. La Cassazione fissa i principi generali dell'insulto

Di nuovo la Corte di Cassazione si trova – forse suo malgrado – a stabilire regole di buona educazione e convivenza civile. La gente, a quanto pare, si insulta in abbondanza, ma questo non significa che ci siano sempre gli estremi del reato. Dipende dalle circostanze e dal rapporto tra  le persone. E a furia di distinguo, la Suprema Corte è arrivata a stilare un vero e proprio “ingiuriometro” per misurare di volta in volta se la parolaccia è lecita o meno.

Tutto nasce da una querela sporta presso il Tribunale di Civitavecchia da Giancarlo A. verso Angelo C. che dopo una lite lo aveva liquidato con un “vaffa…“. Condannato nel marzo 2009 per ingiuria (art. 594 del Codice penale), Angelo ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che il vocabolo, pur restando un’espressione maleducata, non ha rilievo penale perché è “ormai di uso comune” e “ha perso la sua efficacia offensiva” . Ma la quinta sezione penale della Cassazione, nella sentenza 30956 del 2010, ha bocciato la linea difensiva.

Insulto o no? Dipende dal contesto

Tuttavia i giudici fanno delle differenze. Le parolacce – sostengono – assumono una valenza più o meno offensiva a seconda del contesto in cui ci si trova. “Se vengono pronunciate nei confronti di un insegnante che fa una osservazione o di un vigile che dà una multa, – hanno rilevato – assumono carattere di spregio“. Ben diverso è se il turpiloquio avviene tra persone in posizione di parità o in un contesto “ioci causa” (cioè “per scherzo”, traducendo dall’immancabile latino della Cassazione). Insomma “in situazioni che non richiedono manifestazione di specifico rispetto“.

In certe situazioni, “come in politica“, è difficile “eliminare i toni accesi e le espressioni pesanti”, soprattutto quando sfuggono in un “contesto di polemica”. Insomma, il principio base dell’ingiuriometro è il “riferimento ad un criterio di media convenzionale“.

Nel caso specifico la Cassazione ha ritenuto che il “vaffa” costituiva una ingiuria a tutti gli effetti perché mirava ad  “attaccare e offendere l’onore e il decoro”.

E ha concluso la faccenda con un suggerimento, da applicarsi a tutti i contesti analoghi (che, per inciso, suona come una preghiera: dedicate il vostro tempo – e lasciateci occupare il nostro – per questioni più meritevoli). Se dovete reagire ad un torto ricevuto, anziché mandare a “quel paese” qualcuno, per evitare controversie superflue ditegli “non infastidirmi“. Funzionerà?

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