Il commercialista sbaglia? A pagare è comunque il contribuente

Nelle recenti interpretazioni dei giudici di legittimità il professionista paga solo il dolo

Le trappole in cui rischia di incappare un commercialista nello svolgimento della propria attività sono molteplici, dalle normali responsabilità nei confronti del cliente in seguito alla prestazione offerta fino alle responsabilità per la commissione di reati tributari o penali, in genere in concorso col cliente stesso. Ma attenzione alle trappole che, specie negli ultimi episodi in cui la giurisprudenza è stata chiamata ad esprimersi, finiscono per coinvolgere anche il contribuente.
 
L’orientamento più recente dei giudici di legittimità, infatti, è quello che per determinare la violazione da parte del professionista sia necessaria la volontà o comunque la consapevolezza dello stesso, mentre nei casi di violazioni penali tributarie commesse dal contribuente si tende a porre la questione se possa ravvisarsi una qualche responsabilità da parte del consulente in presenza di obblighi o comportamenti riconducibili alla sua professionalità. Nello specifico il consulente potrà essere chiamato a rispondere quando, con comportamento cosciente e volontario, abbia intenzionalmente dato un contributo causale, materiale o morale alla realizzazione del reato commesso dal cliente. In pratica il professionista "paga" solo per il dolo, non per la colpa.
 
IL PRECEDENTE – La sentenza 16958/2012 della Cassazione afferma che il contribuente risponde del reato di omessa dichiarazione Iva anche nel caso in cui la mancata trasmissione dei dati al fisco sia imputabile a negligenza del commercialista. Il quale non andrà incontro a responsabilità (neppure a titolo di concorso) quando la sua condotta non è sorretta da dolo specifico. La delega delle incombenze fiscali ad un commercialista – secondo la sentenza 175/2013 della Suprema Corte – non modifica il destinatario dell’obbligo, titolare della posizione di garanzia, che è sempre e comunque il contribuente.

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