I figli delle mamme precarie iniziano a parlare più tardi. La ricerca

Secondo una recente ricerca, i figli delle mamme precarie inizierebbero a parlare più tardi dei loro coetanei

I figli delle mamme precarie iniziano a parlare più tardi. È questo il risultato di uno studio realizzato da Riccardo Bonato per l’università Bicocca, secondo cui i contratti flessibili con minore tutela influiscono non solo sulla condizione economica del lavoratore, ma anche sul benessere generale della sua famiglia. La ricerca ha coinvolto 334 nuclei familiari di Milano e, pubblicata da Franco Angeli, si intitola “La famiglia flessibile. Gli effetti transgenerazionali della flessibilità lavorativa: il caso di Milano“.

A illustrare la ricerca Riccardo Bonato:

Il punto è che le storie di vita dei lavoratori flessibili raccontano qualcosa che passa spesso in secondo piano nel dibattito pubblicoProfessionalità altamente qualificate retribuite meno dei limiti di sopravvivenza; coppie senza accesso al credito per l’acquisto della casa; lavoratrici costrette a posticipare la maternità; uomini e donne senza un’identità lavorativa che possa dare loro dignità di fronte alla società.

Partendo da queste considerazioni lo studio ha dimostrato che: “la flessibilità influenza la tutela della genitorialità e la differente fruizione di queste ultime ha un impatto sulla famiglia e sulla crescita del bambino”.

Circa un quarto delle lavoratrici precarie esaminate utilizza i permessi per l’allattamento, contro il 60 per cento delle donne con un contratto stabile. Questo è uno dei primi fattori che influenza nel neonato lo sviluppo del linguaggio. “La mancata fruizione del permesso da parte della figura di riferimento – spiegano i ricercatori – aumenta del 48 per cento la probabilità che il figlio appartenga al gruppo dei bambini nei quali si rileva un rallentamento dello sviluppo linguistico”.

Solitamente i bambini pronunciano la prima parola fra i 9 e i 14 mesi. Il campione esaminato dai ricercatori è stato diviso in due gruppi: il primo aveva un figlio che aveva parlato prima dei 15 mesi e l’altro dopo. Il risultato? Il 40,6 per cento dei piccoli con una mamma precaria pronunciano le prime parole dopo i 15 mesi, contrariamente ai figli delle lavoratrici stabili, in cui la percentuale è solo del 28 per cento.

L’impossibilità per le neomamme di prendere permessi e congedi, influirebbero dunque sullo sviluppo del linguaggio nel bambino. Nelle lavoratrici precarie che hanno scelto di passare più tempo a casa infatti, la percentuale dei bambini che hanno pronunciata la prima parola dopo i 15 mesi è diminuita del 25,3 per cento.

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