Quando il reality show va in tribunale

"Manomorte" sull'autobus, incidenti in motorino, ginecologi diffamati. Vite (e squallori) reali che arrivano in Cassazione


La manomorta sull’autobus è violenza sessuale? In epoca di grandi dibattiti sulla sicurezza delle donne non vorremmo che la domanda fosse l’ennesimo pretesto per alimentare la polemica da bar. Ma la questione ha la sua dignità (o la sua gravità) se a discuterne è niente meno che la Corte di Cassazione, il massimo organo di giudizio in Italia. Perché se è vero che la classe politica esprime pregi e difetti del paese, è anche vero che ai supremi giudici di Cassazione toccano solo i secondi. Il loro compito, infatti, è quello di pronunciare la parola definitiva – di assoluzione o di condanna – sulle controversie tra i cittadini o sui loro reati. Detto con le parole della legge, devono assicurare “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione” del diritto. Non elaborano norme in astratto, ma le traggono dai casi concreti che arrivano ai tribunali. E si sa che in tribunale non arrivano quasi mai storie edificanti.

E’ GIUSTO PUNIRE LE MOLESTIE COME LE VIOLENZE?  DI’ LA TUA

Per la “manomorta” si rischia il carcere

E così, ad esempio, i supremi giudici si sono trovati a pronunciarsi di recente (sentenza n. 12157 del 19 marzo scorso) su un “vizio” maschile tanto triste quanto diffuso: quello della cosiddetta “manomorta” o, per dirla in modo piu esplicito, del palpeggiamento abusivo sull’autobus. Il fatto è mirabilmente riassunto nella sentenza stessa: “l’imputato, che sembrava appisolato, dopo l’iniziale pressione della propria gamba contro quella della ragazza, seduta accanto a lui, aveva allungato la mano, traendola dal sacchetto che teneva tra le gambe, e aveva palpeggiato la coscia dell’I. (iniziale della malcaputata, n.d.r.) suscitando la sua immediata reazione”.

La questione che si poneva ai giudici era se questo atteggiamento potesse essere considerato o meno violenza sessuale, reato per il quale l’art. 609-bis del Codice penale prevede fino a 10 anni di carcere. Una questione non di poco conto, dunque, che l”imputato ovviamente tentava di minimizzare. Ma la Corte è stata inesorabile: non si parla di violenza solo nei casi in cui ci sia “un vero e proprio costringimento fisico” ma anche se questa “si manifesta nel compimento insidiosamente rapido dell’azione criminosa, così venendosi a superare la contraria volontà del soggetto passivo”. Tradotto significa che prendere alla sprovvista la vittima togliendole il tempo di reagire equivale a costringerla.

Figlio pirata della strada?
Paga papà

Naturalmente la materia sessuale non è l’unico ambito “particolare” delle attività umane nel quale la Cassazione si trova spesso a mettere ordine. Un altro aspetto delicato è quello dei rapporti tra genitori e figli e delle responsabilità educative. Anche questo contesto, di regola, dovrebbe essere estraneo alle aule di tribunale. Se ci entra è perche le cose non vanno affatto bene…

Un esempio di questa intromissione obbligata nella vita familiare è dato da una sentenza del 14 marzo 2008 della terza sezione civile della Cassazione. Il caso è quello di un figlio sedicenne che non vive più coi genitori perché per ragioni di lavoro si è trasferito presso il fratello maggiore. Il ragazzo provoca un incidente col suo ciclomotore e si pone la questione dei danni: chi deve pagare? Dopo due giudizi opposti in primo e secondo grado, la Corte stabilisce definitivamente che la responsabilità resta dei genitori anche se il figlio non vive più sotto lo stesso tetto. I giudici escludono che “il mero fatto dell’allontanamento del minore dalla casa paterna valga di per sé ad esonerare i genitori da responsabilità, potendo le carenze educative protrarre i loro effetti anche per il tempo successivo alla cessazione della coabitazione”. Come dire, se i genitori non educano bene i propri figli rispondono dei loro atti – naturalmente finché i figli sono minorenni – anche se non li hanno più a portata di mano.

L’amor proprio non è la reputazione: salvo il diritto di critica

Altro ambito socialmente sensibile: la reputazione. E altre ingerenze del diritto. Perché si sa che sulla reputazione non si scherza, volano le querele. Soprattutto se la presunta diffamazione avviene “a mezzo stampa”. E’ successo a Milano e le parti in causa sono un giornalista (con la sua testata) e un ginecologo. Il medico ha querelato il giornale che lo definiva “pigro di penna” avendo “pubblicato lo stretto necessario, e mai su riviste scientifiche quotate” e in compenso gli riconosceva “un bel fiuto per gli affari“, dote non sempre apprezzabile per un medico. Anche qui sorti alterne in tribunale e in appello, ma la Cassazione, con una sentenza del 10 marzo scorso, gli dà definitivamente torto al medico. Innanzitutto nel contenuto, perché “la notizia offerta dal quotidiano è vera, dal momento che la produzione scientifica del dottor A. non è copiosa e che i suoi contributi pubblicati sull’autorevole pubblicazione sono due e risalgono al 1990 ed al 1992″. E poi per la forma, considerata oltraggiosa dal ginecologo: ma secondo la Corte “la reputazione non si identifica con la considerazione (talvolta ombrosa) che ciascuno ha di sé o con il mero amor proprio” perché altrimenti verrebbe meno ogni diritto di critica. E quanto al linguaggio usato “rispecchia il metodo pungente e mordace dell’informazione giornalistica, che per colpire l’attenzione dei lettori non può adoperare il linguaggio incolore della Gazzetta Ufficiale”. E se lo dicono loro… (A.D.M.)

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