La Cassazione sdogana la parolaccia: fa bene all’ufficio – Secondo la Suprema corte spesso non hanno natura diffamatoria, ma rilevano la volontà di migliorare l’organizzazione aziendale

Secondo la Suprema corte spesso non hanno natura diffamatoria, ma rilevano la volontà di migliorare l’organizzazione aziendale

Rivoluzione lessicale firmata dalla Cassazione. Le parolacce, se pronunciate in ufficio possono essere ammesse. Perché, al di là dell’”ineleganza” e della “rozzezza” con cui ci si può rivolgere a un collega, in certi casi può essere solo un modo per “sollecitare” il dibattito sul lavoro.

La vicenda, da cui prende spunto la sentenza, si svolge in uno studio di avvocati, dove Nicola P. collaboratore e stufo della burocrazia dell’ufficio aveva detto: “Basta, ho deciso, io con l’avvocato ci parlo, ci discuto non sono come la collega che dice sempre ‘sì avvocato… certo avvocato… il capo è un ‘pazzo‘, vuole restare circondato da ‘leccac… ‘, bene ci resti pure”.

Uno sfogo poco apprezzato dal titolare dello studio che denunciò il ribelle. E la Corte di Appello di Roma, con sentenza del 2008, pure prendendo atto dell’intervenuta prescrizione del reato di diffamazione condannò Nicola a risarcire il capo per i danni patiti.
Decisione contro cui Nicola presentò ricorso in Cassazione, sostenendo che le espressioni utilizzate non potevano essere offensive essendo di gergo comune.

La Corte suprema non solo ha assolto il ricorrente, ma è andata ben oltre. Per i giudici, la vicende rivela una morale: “Colui il quale non accetta le critiche, anche le più severe, dei suoi collaboratori e si circonda di persone che, per quieto vivere, non contestano alcuna decisione, avrà scarsi strumenti per dotarsi di una efficiente organizzazione“.
Invece, scrivono i supremi giudici nell’assolvere il protagonista, “la critica e la discussione approfondita consentirebbero di affrontare e risolvere meglio i vari problemi che si pongono nella conduzione di un’azienda, di piccole o grandi dimensioni che essa sia”. Le espressioni incriminate, rilevano gli ermellini, sono di sicuro “ineleganti e riassumono in modo rozzo il pensiero di chi le pronuncia, ma di sicuro non hanno valenza diffamatoria, essendo entrate nel linguaggio parlato di uso comune come i termini ‘scemo’ e ‘cretino'”.

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