Troppe tasse in Italia? Sì ma non per tutti

Tutti d'accordo sulla necessità di una riforma fiscale. Ma quale? I sostenitori della "tax freedom" rilanciano il "meno tasse per tutti". Per altri invece l'unica innovazione equa e sostenibile è l'aumento dell'aliquota sulle rendite finanziarie

Poche cose mettono d’accordo le persone come il giudizio sul fisco: trovatene una – almeno in Italia – che, in qualsiasi periodo e sotto qualsiasi governo, ritenga equo il sistema fiscale. Non si tratta di amare le tasse, cosa pressoché impossibile (salvo poi invocare un welfare efficiente). Ma solo di ritenere che il modo in cui lo Stato preleva i soldi dalle tasche dei suoi cittadini sia giusto ed efficace.

I validi motivi per questa avversione unanime da noi certo non mancano. Ma è singolare che i rimedi proposti siano spesso di segno opposto. Tutti d’accordo che una riforma fiscale vada fatta. Su come farla il dibattito è più che mai aperto. Basta una carrellata di opinioni sulle recenti dichiarazioni di Berlusconi in proposito per rendersene conto.

Ci si libera dal fisco troppo tardi
Il Giornale
stesso, quotidiano di proprietà del fratello del premier, è critico con un fisco ritenuto soffocante e ingiusto. Per capirlo basta un titolo (l’8 gennaio in prima pagina) che recita “Da gennaio al 29 agosto lavoriamo solo per lo Stato”.

Il tema è quello del tax freedom day, il giorno di liberazione fiscale, ovvero una data ipotetica in cui si smette di lavorare per pagare le tasse e si comincia a guadagnare per sé. Una misurazione suggestiva della pressione fiscale. Che in Italia – secondo P. Falasca, autore dell’articolo – ha continuato ad aumentare: “Trentacinque anni fa gli italiani cedevano al fisco un quarto del Pil. Venticinque anni or sono si era arrivati a un terzo, il 33,6%. Già dieci anni dopo, nel 1995, il livello era ormai del 40%. Da allora in poi alcune importanti economie Ocse invertivano il senso di marcia (…): non l’Italia, che ha continuato a galoppare, peggiorando una situazione già compromessa e superando il 43% di pressione fiscale nel 2008“.

Trasferendo queste cifre sul calendario e aggiungendo gli oneri pensionistici (che non sono una tassa ma incidono comunque sul reddito netto disponibile) la data di liberazione cade niente meno che il 29 agosto. Otto mesi di stipendio di un lavoratore dipendente medio andrebbero – secondo queste stime – allo Stato.

In quest’ottica, l’unico rimedio sarebbe – secondo l’articolista –  la riduzione generalizzata del carico fiscale: il “meno tasse per tutti“, slogan di punta già usato in precedenti campagne elettorali (e a quanto pare non ancora applicato). Altri rimedi più selettivi, come la differenziazione della pressione fiscale in base ai tipi di reddito, sono considerati dei “sofismi” poco comprensibili agli italiani.

Ma come dicevamo, se sulla diagnosi tutti i medici sono più o meno concordi (il sistema fiscale fa acqua da troppe parti), sulla cura i pareri sono diversissimi. Ben venga la riforma fiscale, ma quale?

Finora meno tasse per pochi
L’economista Tito Boeri, dalle colonne della Repubblica del 3 gennaio, non ha dubbi: “vorrei proporre un criterio molto semplice cui ispirare la riforma: bisogna tassare di più i più ricchi e meno chi lavora a bassi salari. È un principio, quello della progressività del sistema fiscale, scolpito nella nostra Costituzione, ma sin qui largamente inapplicato”.

Negli ultimi decenni in Italia non è aumentata solo la pressione fiscale ma anche la diseguaglianza sui redditi: “nel 2004 il millesimo di popolazione più ricco, si tratta di circa 4500 persone, guadagnava in media il 20% in più di solo 4 anni prima, circa il 3% del reddito nazionale, mentre il resto degli italiani era al palo”. Di pari passo i più ricchi hanno pagato sempre meno tasse: “l’aliquota più alta dell’Irpef è scesa dal 72 al 45% negli ultimi trent’anni”.

Si è trattato di un fenomeno comune a tutto l’Occidente, iniziato negli anni ’80 con le politiche di Reagan negli Usa e della Thatcher in Gran Bretagna. Ma per gli altri paesi la crisi economica dell’ultimo anno ha significato una sostanziale inversione di rotta. “il Regno Unito porterà nel 2010 l’aliquota più alta sui redditi dal 40 al 50% mentre gli Stati Uniti, su cui grava anche il debito futuro, legato alla riforma sanitaria di Obama, non potranno che seguire a ruota passando dal 35 al 50% nel giro di pochi anni”. Cosa fa pensare che da noi sia possibile una riduzione generalizzata?

Tassare la ricchezza finanziaria si può
Si tratta invece di capire – sostiene Boeri – quali redditi è possibile tassare di più senza produrre effetti negativi sull’economia produttiva, come sostiene chi si oppone all’idea di far pagare di più i più ricchi. “Non c’è nessun bisogno di tassare di più il lavoro dei ricchi per tassarli di più. Teniamo pure le aliquote Irpef al 45%, ma aumentiamo la tassazione dei redditi non da lavoro, portandola almeno al livello dell’aliquota Irpef più bassa, vale a dire al 23%. (…) L’innalzamento della tassazione delle rendite finanziarie renderebbe il sistema più progressivo perché tasserebbe soprattutto i più ricchi”.

Una ricchezza in gran parte “sconosciuta” al fisco: “il 90% delle azioni è detenuto in Italia dal 7% più ricco, nelle cui mani si trova quasi un terzo del reddito nazionale. Quindi aumentando anche solo del 5% il prelievo su questa fascia di popolazione, si farebbe affluire all’erario circa 25 miliardi. Che potrebbero essere utilizzati per aumentare le detrazioni sul lavoro dipendente o fiscalizzare i contributi sociali a carico di chi guadagna appena al di sopra del salario minimo”. Una scelta tecnicamente possibile. A volerla fare. (A.D.M.)

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