Tobin tax, ovvero uscire dalla crisi tassando le transazioni finanziarie. Per l’Italia Borsa più stabile e un risparmio di 6 miliardi

Un'imposta "ad alta efficienza": col prelievo di 1 euro ogni 1.000 scambiati in Borsa l'Italia guadagnerebbe circa 6 miliardi. Ma non tutti sono d'accordo

Una volta era considerata una tassa anticapitalista, roba da militanti no-global. Ma se a sostenerla con forza sono distinti signori come Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, o Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, leader delle due principali economie del continente e per di più a capo di governi conservatori, la faccenda assume un altro rilievo. La questione sul tavolo è di quelle davvero “globali”: l’introduzione della tassazione delle transazioni finanziarie, la cosiddetta “Tobin tax“, a partire dal 2014.

Si tratta di un’imposta “ad alta efficienza” perché pesa pochissimo sulla singola operazione ma produce un gettito enorme. Secondo i calcoli del direttore per la tassazione presso la Commissione europea, Manfred Bergmann, con un’aliquota dello 0,1% sullo scambio di azioni e obbligazioni e dello 0,01% sui derivati entrerebbero nelle casse europee 57 miliardi di euro. Per gli Stati membri questo significa una netta riduzione dei contributi che versano alla Ue: solo per l’Italia il risparmio potrebbe aggirarsi sui 6 miliardi di euro. Tanto quanti conta di guadagnarne svendendo gli immobili pubblici, come previsto della legge di stabilità.

Per i suoi autorevoli promotori è una proposta semplice e rivoluzionaria per rimettere a posto l’economia europea (e anche mondiale se fosse estesa globalmente). Per altri, come il governo inglese (che non appartiene all’area-euro), è invece una zavorra che il sistema finanziario moderno non può sostenere.

Che cos’è e come funziona

La Tobin tax deve il suo nome all’economista americano premio Nobel James Tobin che la propose nel 1972 e prevede un prelievo fiscale minimo su tutte le operazioni di Borsa. Si basa sul fatto che le transazioni a breve termine (per esempio comprare un titolo e rivenderlo poco dopo a puro scopo speculativo) rendono instabili i prezzi. Questo si riflette anche nel lungo termine con gravi danni per il mercato finanziario.

Una tassa sulle transazioni scoraggerebbe le speculazioni-lampo degli operatori ad alta frequenza, come banche di investimento e hedge fund, contribuendo a una maggiore stabilità del mercato. Certo, colpirebbe anche i piccoli risparmiatori che investono in borsa ma con un prelievo impercettibile: 1 euro di imposta ogni 1.000 scambiati.

Un cane da guardia per gli speculatori

Secondo i suoi sostenitori la Tobin tax agirebbe a due livelli e potrebbe anche avere un “assetto variabile“:

in condizioni fisiologiche (di normali transazioni di mercato) sarebbe applicata a questo tasso molto basso, producendo un gettito destinato a compensare gli effetti della crisi economica (nelle sua ideazione originaria doveva servire a finanziare lo sviluppo internazionale e la lotta contro la povertà);

in condizioni patologiche (in caso di attacco speculativo con drammatiche oscillazioni dei prezzi) l’aliquota d’imposta potrebbe aumentare, anche in modo automatico, per rendere svantaggioso per gli speculatori continuare a scambiare determinati titoli.

Il principale problema della Tobin tax sta nel fatto che, per la sua stessa natura, non può essere applicata da una sola nazione. Ormai chiunque può vendere e comprare titoli dalla sua scrivania con con pochi click sulla Borsa di Londra e Francoforte, ma anche New York o Tokyo. E’ chiaro che se il prelievo non è esteso a livello mondiale (o almeno continentale) tutti gli investimenti si sposterebbero sulle piazze esenti.

Favorevoli e contrari

Per questo motivo è fondamentale che il fronte sia compatto, almeno quello europeo. Ma le cose non stanno così.
Sulla Tobin tax ci sono spaccature: il principale oppositore è il governo di Londra, seguito da Irlanda, Svezia, Repubblica Ceca, Bulgaria. Anche l’Italia ha espresso i suoi dubbi perché una tassa di questo tipo potrebbe ridurre anche il volume degli scambi dei titoli pubblici, con conseguenze negative sul finanziamento del debito.

Tra i sostenitori europei al seguito di Germania e Francia ci sono anche Belgio, Spagna, Slovenia, Finlandia e Grecia. Il fronte del sì ha di recente guadagnato un potente alleato, il Fondo Monetario Internazionale. Oppositore storico degli interventi sul libero mercato finanziario, dopo la devastante crisi economica mondiale, anche il Fmi ha riconosciuto il bisogno di mettere dei paletti ai flussi di capitali. Le bolle speculative non potranno forse essere scongiurate del tutto ma almeno chi si arricchisce in questo modo contribuirà anche a riparare i danni che produce. (A.D.M.)

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