Titoli tossici, misteriosi e terribili – Si annidano ovunque. Minano banche e aziende dall’interno. Fanno fuggire i risparmiatori. Vediamo cosa sono e come neutralizzarli

Si annidano ovunque. Minano banche e aziende dall'interno. Fanno fuggire i risparmiatori. Vediamo cosa sono e come neutralizzarli


Se non avete ancora digerito espressioni come mutui subprime e rischio di default preparatevi a ingoiare un altro neologismo di questa crisi: “titoli tossici“. Forse sono ancora in molti a non sapere esattamente che cosa sono. Ma certo devono essere molto pericolosi, se l’amministrazione Usa vara un piano da 100 miliardi di dollari per eliminarli e il solo annuncio scatena l’euforia nelle Borse di tutto il mondo.

In effetti i titoli tossici rappresentano una minaccia per il sistema economico globale. Possono essere considerati come una specie di virus che si annida nei bilanci di enti pubblici, aziende e soprattutto banche, e che mina la loro salute dall’interno.

Perché tossici?

Si tratta di asset (risorse) immateriali rappresentate da obbligazioni e altri titoli di credito che, in quanto risorse di un’azienda, sono iscritte all’attivo di bilancio. Ma vengono registrate con un valore nominale (cioè ufficiale) che è molto più alto di quello che è ormai diventato il loro valore effettivo (cioè di mercato) perché è molto aumentato il rischio che queste obbligazioni non vengano pagate e quindi nessuno è disposto a comprarle. Le aziende o le banche che si ritrovano all’attivo grandi quantità di titoli tossici subiscono una sorta di “effetto doping“: dimostrano delle prestazioni “gonfiate” e destinate ben presto ad afflosciarsi.

Questo provoca un allarmante effetto a catena: poiché il bilancio non è attendibile, gli investitori stanno alla larga dalle società che posseggono questi titoli. Soprattutto se si tratta di banche questo significa una generale contrazione del sistema del credito e un crollo della fiducia dei risparmiatori. Due elementi – credito e fiducia – che sono la linfa vitale dell’economia.

Parola d’ordine: disintossicare le banche

E’ per questo che per molti governi l’eliminazione degli asset tossici è diventata la priorità. Ma come tutte le scorie tossiche, anche questi titoli non possono essere distrutti: quello che si può fare è estrarli dal sistema e stoccarli in una sorta di “discarica protetta“. Ma come?

Il piano salva-banche

E’ quello che vuole fare il piano appena annunciato dal segretario al Tesoro Timothy Geithner: ripulire i bilanci delle banche dagli asset tossici creando una gigantesca partnership pubblico-privata che li rilevi in blocco a un prezzo stabilito dal mercato tramite aste pubbliche.

I vantaggi di questo meccanismo – secondo l’amministrazione – sarebbero doppi:

  • lo Stato, e quindi i contribuenti, non si accollerebbero tutto il costo dell’operazione,

  • i privati acquisterebbero i titoli a un prezzo di mercato (non gonfiato) e soprattutto avrebbero il “paracadute” dello Stato che copre una parte del prezzo di acquisto.

I titoli verrebbero quindi “isolati” dal sistema e le banche, così risanate, potrebbero riprendere la loro funzione vitale per l’economia. E in un sistema che torna a essere sano anche questi titoli potranno riacquistare valore perdendo la loro tossicità.

Guadagni privati e pubbliche perdite

Ma dopo l’euforia delle Borse non sono mancate le critiche e le perplessità degli economisti. Fra tutte quella del Premio Nobel dell’economia Paul Krugman. Secondo Krugman il piano salva-banche aumenta addirittura il rischio di perdite anziché diminuirlo. Se io, investitore privato, so che lo Stato mi offre un paracadute – cioè mi garantisce in caso di perdite oltre un certo livello – è evidente che sarò portato a rischiare di più. Il prezzo di acquisto di questi titoli tossici sarà dunque ancora gonfiato da questa garanzia. Inoltre se il valore del titolo sale il guadagno va all’investitore privato; se scende la perdita – coperta dal denaro pubblico – ricade sui contribuenti.

Secondo questa tesi il piano incentiva il “moral hazard“, cioè la tendenza a correre più rischi del dovuto perché ci si sente esonerati dalle conseguenze del rischio. E porta a una privatizzazione degli utili e a una socializzazione delle perdite. Tutti concetti molto noti anche da noi. (A.D.M.)

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