Tobin Tax e tassazione sulle rendite. Cosa significa ‘fare cassa’ con le operazioni finanziarie

La tassazione delle rendite nella manovra bis. La tassazione sulle transazioni della Tobin Tax. Due strumenti molto diversi per "fare cassa" agendo sui valori generati nei mercati finanziari

Tassare le rendite e tassare le transazioni finanziarie. Due argomenti che si agitano attualmente sulla scena della politica economica sia a livello nazionale, che globale.
In entrambi i casi si vuole intervenire su quei guadagni generati all’ombra di banche e mercati finanziari, ma si tratta di interventi estremamenti differenti.
 
Nel primo caso, la tassazione delle rendite  è contenuta nella manovra correttiva di agosto e dovrebbe condurre a un aumento di gettito annuo nelle casse dello Stato di quasi 2 miliardi di euro. Le rendite finanziarie sono tutti i proventi e gli interessi (attivi e passivi) che un prodotto finanziario può generare al momento della sottoscrizione, alla chiusura dell’anno di imposta o al momento del realizzo da parte delle persone sia fisiche sia giuridiche. Nello specifico la tassazione si eleva da 12,5% al 20% per gli investimenti in strumenti finanziari (obbligazioni, azioni, etf, pronti contro termine… – esclusi i titoli di Stato); mentre si abbassa dal 27% al 20% per gli interessi su conti corrente, conti di deposito e conti postali. Tra gli scenari possibili, a partire dal 2012, vi è l’ipotesi che i risparmaitori e i non-professionisti della finanza potrebbero indirizzare le proprie attenzioni verso quel ‘rifugio’ che si è visto abbassare l’imposta, con buona pace di banche e assicurazioni.

Altra cosa è la tassazione sulle transazioni finanziarie. In chiave europea si chiama Tobin Tax e riguarda le transazioni finanziarie in tutta l’Eurozona. Si tratta della proposta di un prelievo fiscale su tutte le operazioni (compravendite) di valuta o di altri prodotti finanziari come azioni o strumenti derivati che avvengono nel mondo. Deve il suo nome all’economista americano premio Nobel James Tobin, che la propose nel 1972.
Si basa sul fatto che le transazioni a breve termine (per esempio comprare valuta estera e rivenderla poco dopo a puro scopo speculativo) rendono instabili i prezzi, con gravi danni per il mercato finanziario anche a medio termine. Una tassa su queste transazioni a breve termine infatti scoraggerebbe le speculazioni-lampo degli operatori ad alta frequenza, come banche di investimento e hedge fund, contribuendo a una maggiore stabilità del mercato.
Anche i vantaggi economici che ne deriverebbero sono tutt’altro che secondari: basterebbe un’aliquota minima tra lo 0,05 e l’1%. Secondo Stephan Schulmeister, esperto dell’Istituto austriaco per la ricerca economica, lo 0,05% di tassazione – 50 centesimi ogni 1.000 euro scambiati – porterebbe 300 miliardi di euro nelle casse dell’Unione europea.
Un freno alla speculazione, maggiore stabilità del mercato e importanti entroiti per l’Eurozona (in origine i beneficiari dovevano essere i Paesi poveri).
Cosa aspettare dunque? La Tobin Tax torna ciclicamente alla ribalta come panacea anticrisi ma fino a oggi è rimasta ancorata alle speculazioni teoriche. Di fatto è sempre accolta con molto scetticismo dagli operatori finanziari e dai vertici delle politiche economiche globali che temono la fuga dei grandi investitori verso mercati e prodotti finanziari diversamente regolamentati.
E anche di fronte all’ultimo rilancio promosso da Sarkozy e Merkel, che promettono una proposta legislativa dopo l’estate, i mercati tremano e le perplessità dilagano: “una tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe funzionale solo se verrà applicata in tutto il mondo”. Chi darà il buon esempio per primo?

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