Tassare le lucciole? Il caso di Bologna e le conseguenze fiscali per le prostitute (e i clienti)

Nel capoluogo emiliano i Carabinieri schedano le prostitute e inviano dati al fisco. Riaprendo la questione dei guadagni "illeciti" e della loro tassabilità

Il fenomeno della prostituzione viene solitamente inserito nel capitolo “buon costume” o eventualmente “ordine pubblico”. Non stupisce che in tempi di sacrifici per salvare i conti pubblici qualcuno cerchi di farlo rientrare anche sotto la voce “prelievo fiscale“. E’ quello che è successo a Bologna: una sorta di censimento, svolto dai Carabinieri, delle prostitute che esercitano in città con tanto di questionario sui loro compensi e le spese sostenute. I dati vengono poi girati all’Agenzia delle Entrate che svolgerà le sue verifiche e valuterà l’ipotesi di sottoporre a tassazione quei redditi. Un’emersione che – secondo il comandante provinciale dell’Arma, colonnello Alfonso Manzo – tutelerebbe le stesse prostitute, sottraendole all’economia sommersa che spesso significa sfruttamento e racket.

Giusto o sbagliato tassare le prostitute?

Si riapre così un dibattito di vecchia data, quello sulla tassabilità dei redditi da prostituzione, che vede favorevoli e contrari. Diciamo subito che per la legge si tratta un po’ di salvare capra e cavoli:

• da una parte c’è l’esigenza economica e di equità fiscale per cui ogni reddito dev’essere tassato a prescindere dall’attività che lo produce;

• dall’altra c’è il problema giuridico secondo cui lo Stato non può fare cassa su redditi che derivano da attività illecite. Per l’esattezza, la prostituzione non è un’attività illecita dal punto di vista penale, cioè non è considerata un reato (lo è solo il suo sfruttamento). Però è compresa tra le attività “contrarie al buon costume” che, in base all’art. 2035 del Codice civile, non danno diritto alla “esigibilità” di un compenso. E se questo vale per la cittadina-lucciola, che per esempio non può fare causa al cliente che non la paga, dovrebbe valere anche per lo Stato, che non può guadagnare da un reddito che ritiene “immorale”. Insomma bisognerebbe superare l’ipocrisia palese.

In verità la situazione sembrava risolta definitivamente da una legge del 2006 (la “Visco-Bersani”) che ha stabilito che questi redditi, pur non rientrando nelle classificazioni “canoniche” (reddito di lavoro dipendente, di lavoro autonomo, d’impresa) finiscono comunque nella voce residuale “redditi diversi“. E quindi anche su questi vanno pagate le tasse.

Il compenso per la lucciola nel redditometro del cliente?

La vicenda potrebbe avere anche un’altra implicazione: il reddito della lucciola corrisponde a una spesa per il cliente. Il che significa che, una volta portata alla luce del sole, potrebbe diventare un indicatore del tenore di vita. In altre parole, una delle tante voci del redditometro. Vista da questa prospettiva, la cosa potrebbe risultare poco gradita ai facoltosi utilizzatori di questi servizi.

Per ora la questione resta aperta e i redditi delle lucciole sempre sconosciuti al fisco. Naturalmente non sono mancati i sostenitori dell’iniziativa dei Carabinieri – tra tutti il capogruppo regionale della Lega, Manes Bernardini, che ha dichiarato: “bisogna far pagare le tasse a questo mondo sommerso che produce evasione” – e i difensori delle lucciole come le parlamentari radicali Rita Bernardini e Donatella Poretti che invece invocano “politiche finalizzate alla legalizzazione come avviene in molti paesi europei”. Ma a ben vedere, dal punto di vista fiscale il risultato finale è lo stesso. (A.D.M.)

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