Tassare le lucciole? Sì ma solo se non è un’attività abituale

Sta alla contribuente dimostrare che si guadagna da vivere facendo "il mestiere". Altrimenti deve pagare le tasse. Una sentenza che riapre la questione dei guadagni "illeciti"

A volte per tentare di salvare capra e cavoli si creano situazioni grottesche. Un caso tipico è quello che riguarda la tassabilità o meno dei redditi delle “lucciole. La questione è vecchia ed è una specie di battaglia tra le affermazioni di principio e l’approccio pragmatico. Che i giudici tributari hanno “risolto” in un modo che ha del paradossale: è giusto tassare il reddito di chi esercita la prostituzione salvo che questa sia l’attività abituale della contribuente. In altre parole sta a lei dimostrare che si guadagna la vita facendo “il mestiere”. Lo afferma una recente sentenza della Commissione tributaria del Lazio, il giudice di secondo grado sulle controversie fiscali.

Giusto o sbagliato tassare le prostitute?

Si tratta di un’altra tappa, l’ultima in ordine di tempo, della discussione sulla tassabilità dei proventi illeciti. In sostanza si fronteggiano due posizioni:

• una di carattere “giuridico”, che sostiene che lo Stato non può fare cassa su redditi che derivano da attività illecite (per l’esattezza la prostituzione non è un’attività illecita dal punto di vista penale, cioè non è considerata un reato – lo è solo il suo sfruttamento. E’ però compresa tra le attività “contrarie al buon costume” in base all’articolo 2035 del Codice civile);

• un’altra di carattere, per così dire, “economico”, che invece privilegia l’equità fiscale sostenendo che ogni reddito dev’essere tassato a prescindere dall’attività che lo produce.

“Diversi” ma sempre redditi

Dopo parecchio dibattito sulla materia, venato spesso di ipocrisia, una legge del 2006 (la “Visco-Bersani”) aveva messo un punto fermo stabilendo che questi redditi, pur non rientrando nelle classificazioni “canoniche” (reddito di lavoro dipendente, di lavoro autonomo, d’impresa…) finiscono comunque nella voce residuale “redditi diversi“. In altre parole, anche su questi vanno pagate le tasse.

L’ultima sentenza tributaria sembra fare un passo indietro, riportando la questione in un campo di ambiguità. I giudici hanno aggirato il problema della tassabilità o meno dei proventi illeciti: hanno dato ragione al fisco che contestava alla contribuente incrementi patrimoniali e movimenti bancari di provenienza ingiustificata stabilendo che sta a lei dimostrare che questi redditi sono frutto di professione “abituale“.

Una prova difficile

In altre parole: se la prostituzione è un’attività abituale i suoi redditi sono illeciti e quindi non tassabili, secondo il vecchio principio giuridico. Ma l’abitualità va dimostrata dalla lucciola stessa, altrimenti il fisco è autorizzato a pensare che quei redditi siano di altra fonte e quindi soggetti regolarmente a imposta.

Ora la questione è questa: visto che si tratta di un’attività per la quale normalmente non viene rilasciata una ricevuta, non c’è una targa sul portone né un cartellino da timbrare, in che modo la signora può dimostrare che quella è la sua unica fonte di reddito? Nella sentenza si legge addirittura che “la contribuente ha allegato solo due verbali di denuncia resa ai carabinieri di Lodi, da cui si rileva che l’attività è stata svolta solo in quei due giorni“. Come dire che se da automobilisti avete preso solo due multe in tutta la vostra vita, il giudice è autorizzato a pensare che abbiate guidato solo in quelle due occasioni. Sarebbe stato meno ipocrita riconoscere la tassabilità tout court. (A.D.M.)

Tassare le lucciole? Sì ma solo se non è un’attività abituale