Lo spesometro si prepara al debutto. Ma con la carta di credito è possibile aggirarlo

Per gli acquisti superiori ai 3.600 euro il negoziante chiederà documenti e codice fiscale da comunicare al fisco. Ma non se si usa la carta di credito. Un modo per sfuggire ai controlli?

Ogni euro speso equivale a un euro guadagnato. Sulla base di questo principio elementare debutta tra meno di tre settimane (il 1° maggio) lo “spesometro“, il nuovo strumento per presumere il reddito di un contribuente dalle spese che fa, per l’appunto. Insieme al redditometro – già reso più severo con l’introduzione di nuovi indicatori di reddito quali i viaggi di lusso o l’iscrizione a corsi esclusivi – dovrebbe rappresentare, almeno nelle intenzioni del fisco, l’uno-due vincente nella lotta all’evasione.

Ultimi ritocchi allo strumento prima del varo. La questione principale riguarda l’uso delle carte di credito: secondo quanto annunciato dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, l’obbligo di comunicazione al fisco degli acquisti superiori ai 3.600 euro riguarderà solo i pagamenti in contanti. Rimarrebbero quindi escluse le transazioni con carta di credito, Bancomat (Pos) o altro mezzo di pagamento già tracciato. Un modo per evitare di complicare troppo la vita ai commercianti con la duplicazione degli obblighi di comunicazione.

Carta di credito come grimaldello

Ma questa semplificazione potrebbe essere un “grimaldello” per sfuggire alle maglie del fisco. Al momento, infatti, i dati delle carte di credito non arrivano direttamente all’Agenzia delle Entrate e i gestori non hanno l’obbligo di comunicare i dati in loro possesso. Quindi per scovare queste informazioni, allo stato attuale al fisco non resterebbe che attivare la complessa procedura delle indagini finanziarie, annullando così l’automatismo dello spesometro.

Dunque se il fisco vuole sollevare i negozianti dall’obbligo della comunicazione deve spostarlo in capo ai gestori delle carte di credito. Altrimenti azzopperebbe lo spesometro perché per sfuggire alla segnalazione basterebbe usare la carta di credito per gli acquisti superiori ai 3.600 euro, cosa peraltro già diffusa per i grossi importi.

Il punto è che per mettere il naso nei dati dei gestori delle carte di credito serve una norma ad hoc. In altre parole l’Agenzia delle Entrate non può agire per via “amministrativa” (cioè con una semplice circolare applicativa) ma deve ottenere una legge. E’ per questo che Befera ha parlato del “primo veicolo legislativo utile”, ma che difficilmente potrà arrivare prima del 1° maggio. Peraltro l’accesso ai dati dei gestori permetterebbe al fisco di mettere le mani su una maggiore quantità di informazioni. Ad esempio quelle relative agli acquisti all’estero che oggi sfuggono all’obbligo di comunicazione riservato solo ai venditori italiani.

Come funziona lo spesometro

Il meccanismo è elementare: per tutti gli acquisti di importo superiore ai 3.600 euro (Iva compresa) i clienti dovranno fornire i propri dati anagrafici e codice fiscale al rivenditore, il quale dovrà poi trasmetterli al fisco entro il 30 aprile 2012 (per tutti gli acquisti di quest’anno). Questo vale per l’acquisto sia di beni che di servizi anche effettuati online (dove peraltro quasi sempre le generalità sono già richieste).

Queste spese verranno confrontate tramite uno speciale algoritmo informatico con il tenore economico dichiarato dal contribuente e in caso di incongruenza partirà l’accertamento.

La soglia dei 3.600 euro vale per gli acquisti fatti da privati, per i quali cioè viene rilasciato lo scontrino fiscale o la ricevuta. Per chi acquista con fattura – ovvero i possessori di partita Iva: lavoratori autonomi, professionisti o imprenditori – la soglia si abbassa a 3.000 euro.

Non servirà frazionare il prezzo (ad esempio pagando l’acconto e poi il saldo) per avere singoli importi inferiori alla soglia: la segnalazione dovrà fare riferimento alla transazione contrattuale nel suo insieme, cioè con riferimento al prodotto o servizio venduto a quel determinato cliente identificato dal suo codice fiscale.

Il provvedimento ha addirittura un effetto retroattivo, ma per importi molto più alti: dovranno essere segnalati gli acquisti superiori ai 25.000 euro fatti nel 2010 ma solo con emissione di fattura. Per l’anno scorso, cioè, vengono monitorati solo i titolari di partita Iva e non i privati. (A.D.M.)

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