Scendono i salari, sale il costo del lavoro. Italia a rischio di “corto circuito rigore/crescita”

Stipendi erosi dalle tasse e altri balzelli del fisco rischiano di aggravare il male anziché esserne la cura: la recessione indotta compromette la ripresa economica dissolvendo la metà dei fondi drenati con la manovra di riequilibrio. I dati Ocse e il monito dalla Corte dei Conti

I dati sui salari diffusi dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico nel suo rapporto annuale ‘Taxing wages‘ fotografano un’Italia in gravi difficoltà. Il nostro Paese si colloca al 23esimo posto della classifica dei salari medi netti nell’area Ocse che, ricordiamo, contempla 34 Paesi, tra i quali figurano anche Cile, Messico, Turchia, Slovenia, Polonia…

Gli stipendi del Belpaese risultano più bassi di quelli di Spagna e di tutti i big dell’Unione europea.
Un single italiano senza figli a carico lo scorso anno in Italia ha avuto un salario netto in media di 25.160 dollari (circa 19.150 euro). In Spagna avrebbe percepito 27.741 dollari (21.110 euro) e di più in tutti gli altri grandi Paesi dell’Unione europea.
E non è tutto. Il peso delle tasse sui salari aumenta, piazzando l’Italia al sesta posizione per incremento del cosiddetto cuneo fiscale, la variazione tra l’onere del costo del lavoro (tasse e contributi sociali) e il reddito effettivo percepito dal lavoratore, che drena gli stipendi di oltre il 47,6% nel 2011.

Il rapporto Ocse mette in risalto che l’inasprimento del peso fiscale sulle retribuzioni nel 2011 ha riguardato 26 Paesi sui 34 dell’Organizzazione, dove si posiziona al 35,3%, a fronte di una media europea del 41,5%.
Se si considerano i capofamiglia di famiglie monoreddito con due figli, il primo posto spetta alla Francia (40,3%), il secondo al Belgio e il terzo all’Italia (38,6% del salario medio) ( in questo caso la media Ocse è pari al 25,4%).
Salari bassi e oneri fiscali alle stelle: un mix pericoloso, che schiaccia i consumi e impoverisce le famigile.

L’allarme giunge anche dalla Corte dei Conti il cui presidente, Luigi Giampaolino, dichiara che è necessario “liberare per quanto possibile risorse per aumentare gli investimenti e ridurre in misura sostanziosa il cuneo fiscale”. La critica dei magistrati contabili si è manifestata anche in merito al Documento di Economia e Finanzia (Def 2012-2015), che prevede il pareggio di bilancio nel 2013: la cura di tasse del governo ha innescato un meccanismo che, complici anche le leggi europee, rischia di sprofondare l’Italia nella recessione più nera, con il “pericolo di un corto circuito rigore-crescita“. Sositene Giampaolino: “La ristrettezza dei margini temporali, imposti dalle intese europee, complica la realizzabilità di una strategia di politica economica nella quale si compongano le esigenze di riequilibrio del bilancio con quelle della ripresa economica“.
E ancora “Prendendo a riferimento il 2013, l’anno del pareggio, si può calcolare che l’effetto recessivo indotto dissolverebbe circa la metà dei 75 miliardi di correzione netta attribuiti alla manovra di riequilibrio“.

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