Riforma del Catasto, stangata sui contribuenti

Le conseguenze fiscali di una riforma che entrerà in vigore nel 2018

Il rischio di un aumento delle tasse, per il riallineamento del valore catastale delle abitazioni al reale prezzo di mercato, è più che fondato. In questi giorni si riparla di revisione dei valori catastali alla luce del divario sempre più ampio con i prezzi di mercato delle abitazioni. La riforma del catasto era inserita nella legge delega di riforma fiscale, ma – nonostante le richieste di revisione fossero arrivate anche da Bruxelles – il governo ha deciso di rimandarla, anche perché nel frattempo si accingeva ad eliminare la Tasi sulla prima casa e l’Imu agricola – misure attuate con la legge di Stabilità per il 2016.

Che vi fossero situazioni di grossa disparità nella tassazione degli immobili, derivante dal mancato allineamento delle rendite catastali con il valore di mercato, era una situazione evidente a tutti: abitazioni di periferia scontavano un prelievo fiscale di gran lunga superiore a quelle situate nel centro storico, valutate fino a quattro volte di più. Ma ora, il rischio è quello di peggiorare e complicare ulteriormente il quadro del patrimonio immobiliare italiano, e questo perché il Governo ha deciso di avviare la riforma del catasto – con la revisione di tutte le rendite – solo dopo aver riscritto (ovviamente, al rialzo) le regole dell’imposta sulla casa (con la nota “doppia tassazione” costituita da TASI e IMU, peraltro con situazioni non rare di duplicazione del pagamento).

È facile prevedere come, a riforma attuata si avrà un insostenibile aumento del prelievo fiscale: dato infatti per scontato che si innalzeranno le rendite catastali, il risultato del prodotto tra aliquota e base imponibile sarà superiore (a far lievitare il conto è, appunto, l’incremento della base imponibile). In realtà, la riforma del catasto doveva essere pensata prima di attuare quella delle imposte sulla casa, in modo poi da determinare, con la massima tranquillità – e senza il rischio di dover poi rivedere l’intera normativa – le regole su TASI e IMU.

Per evitare questo aumento delle tasse, la legge aveva previsto una clausola di salvaguardia, stabilendo che, a operazioni concluse, il gettito sarebbe dovuto rimanere invariato. Ma è chiaro che, per rimanere dentro la soglia degli scorsi anni, è necessario che all’aumentare della base imponibile diminuisca l’aliquota (diversamente, il prodotto cambia eccome!). E qui le due situazioni paradossali. Da un lato, è difficile pensare ai nostri Comuni, così avidi di entrate, che diminuiscano le aliquote. Più della maggioranza degli enti locali, infatti, ha fissato la TASI e l’IMU ai massimi della tassazione prevista dalla legge e, certo, sarà difficile (se non impossibile) far loro cambiare idea.

Dall’altro lato la diminuzione delle imposte dovrà essere personalizzata a seconda della singola zona territoriale, e questo perché l’aumento dei valori catastali non sarà uguale su tutto il territorio, ma diversificata a seconda dell’ambito locale. Tradotto in pratica, ci dovremmo trovare con aliquote Irpef diverse da Comune a Comune, e lo stesso accadrebbe per le imposte di registro e per tutte le altre imposte.

Ecco perché la garantita invarianza del gettito non potrà essere mai garantita e gli italiani si troveranno, già tra un anno, a pagare anche il doppio di quanto già stanno corrispondendo all’erario.

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