Regime dei contribuenti minimi, l’Iva povera piace sempre di più

Fatture senza Iva e Irpef secca al 20%. Ecco i vantaggi del regime agevolato

Il cosiddetto forfettone è sempre più adottato dai contribuenti. In un anno è cresciuto del 23,8%. Secondo i dati contenuti nelle dichiarazioni Irpef compilate nel 2010 per l’anno d’imposta 2009 i soggetti che hanno esercitato l’opzione per aderire al regime dei minimi sono stati 627.322 contro i 506.685 del 2008.
Il numero più alto dei contribuenti minimi è sempre più radicato al Nord. In particolare la distribuzione territoriale mostra una concentrazione del 26,03% dei contribuenti minimi al Nord-ovest, seguito dal Sud con il 24,15%, come nel 2008. Le regioni con la maggiore numerosità sono la Lombardia (87.006 soggetti) e il Lazio (68.627) dove, insieme al Trentino Alto Adige, si assiste a un incremento ben superiore alla media nazionale e pari a oltre il 27% rispetto ai dati relativi ai redditi 2008.

La partita Iva “povera” è un regime agevolato, entrato in vigore dal 1° gennaio 2008. Vediamo come funziona e quali sono i vantaggi.

Il regime può essere richiesto dalle persone fisiche residenti in Italia che non superano i 30.000 euro di compensi annui e che possiedono i seguenti requisiti (nell’anno precedente se sono già in attività):
• non hanno dipendenti o collaboratori (a progetto o occasionali), cioè non sono “sostituti d’imposta” (nel senso che non fanno trattenute fiscali per conto di altri soggetti da versare poi all’erario);
• non hanno spese per beni strumentali (cioè necessari alla professione, come affitti di locali, acquisto di attrezzi da lavoro, computer ecc.) superiori ai 15.000 euro;
•  non vendono all’estero e non distribuiscono utili soci.
Attenzione: il limite dei 30.000 euro riguarda i compensi, cioè i ricavi, non il reddito (che equivale a ricavi meno spese).

Le agevolazioni sono:
•  un’Irpef secca del 20% come imposta sostitutiva della normale tassazione ad aliquote progressive;
•  l’esenzione dall’Iva, che non deve essere inserita in fattura né versata al fisco;
•  varie semplificazioni burocratiche: esonero dall’obbligo delle scritture contabili  e degli elenchi clienti e fornitori, nonché della comunicazione annuale Iva. E’ sufficiente numerare progressivamente le fatture e conservarle (come anche quelle di acquisto per le spese da detrarre). Sulla fattura è necessario indicare la dicitura: “Operazione ai sensi dell’art. 1, comma 100, della Legge finanziaria 2008”.

A fronte di questi vantaggi il regime può offrire anche qualche svantaggio.
Occorre innanzitutto valutare bene se c’è il “rischio” di superare il tetto dei 30mila euro:
•  se si supera il tetto di meno del 50% (cioè fino a 45.000 euro di compensi) si perde l’agevolazione l’anno successivo;
•  se si supera il tetto di oltre il 50% (cioè oltre 45.000 euro) il regime agevolato cessa nell’anno in corso e il contribuente deve rimanere nel regime ordinario per almeno 3 anni.
Inoltre, sarà dovuta l’Iva sulle operazioni dell’intero anno di superamento del limite.

Se superate il tetto e non lo dichiarate, le sanzioni già salate vengono aumentate del 10% se il maggior reddito accertato supera quello dichiarato di almeno il 10%.

Inoltre non è detto che questo regime convenga a tutti. A volte la tassazione ordinaria è più conveniente perché consente le detrazioni d’imposta mentre il regime agevolato no. Ad esempio, se un autonomo guadagna circa 30mila euro, con le detrazioni per familiari a carico e per una ristrutturazione della casa, finisce per pagare poco o niente di tasse, mentre il contribuente minimo paga comunque il 20%.

In sostanza il regime conviene soprattutto:
•  a chi ha poche detrazioni e anche pochi costi da scaricare (a causa dalla indetraibilità dell’Iva);
•  a chi ha altri redditi (ad esempio di lavoro dipendente) e può così tenere distinte le due tassazioni evitando l’aumento dell’aliquota progressiva
•  a chi ha come clienti i privati perché, non dovendo aggiungere l’Iva sulla sua fattura, risulta più conveniente e quindi più concorrenziale rispetto a un professionista “ordinario”.

Infine è da tenere presente che i contributi previdenziali (per l’Inps sono il 26,72%) restano per intero a carico del lavoratore, come succede per tutte le altre partite Iva, salvo un contributo (volontario) dell’azienda del 4%. Non così, invece, per i Cocopro i cui contributi vengono pagati per i due terzi dal datore di lavoro.

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