Redditometro, fino a 9mila euro di tasse in più se scatta l’accertamento

Liberarsi dalle maglie del redditometro, se si resta impigliati, costerà parecchio. Una discrepanza di reddito di 10mila euro può costarne quasi 9mila di tasse e sanzioni. Sono le stime della Cgia di Mestre

Che il nuovo redditometro serva a far pagare le tasse agli evasori non è di per sé una notizia. Ma con l’introduzione del nuovo strumento di accertamento induttivo dei redditi rischiano di pagare di più in molti, non solo i possessori di grandi patrimoni nascosti al fisco ma anche i lavoratori dipendenti, gli autonomi o i pensionati. Il contribuente medio che viene “pizzicato” dal redditometro rischia un salasso fino a 9mila euro tra imposte e sanzioni.

La stima è della Cgia di Mestre, che a provato a fare due calcoli degli effetti economici che il nuovo strumento – sebbene non ancora operativo – produrrà sulle tasche degli italiani.

Com’è ormai noto, il redditometro passerà al setaccio, sulla base di 80 indicatori, il nostro tenore di vita: se tra il reddito dichiarato e quello stimato risulta una differenza superiore al 20% scatta in automatico il controllo e l’accertamento esecutivo.

Due soluzioni, nessuna gratis

Le conseguenze per il contribuente rischiano di essere molto pesanti. L’Ufficio studi della Cgia ha fatto delle simulazioni su 3 tipologie reddituali: 20mila, 40mila e 80mila euro (al di sotto quest’ultima soglia c’è il 98% dei contribuenti italiani). Se, per ipotesi, il fisco stima un reddito di 10.000 euro superiore a quello dichiarato le ipotesi sono due:

1) il contribuente “patteggia” con l’Agenzia delle Entrate e riceve uno sconto sul reddito imponibile del 5% o del 20%, a seconda dei casi: tra maggiori imposte e sanzioni ridotte dovrà versare rispettivamente dai 4.250 ai 5.640 euro o dai 3.366 ai 4.750 euro;

2) il contribuente fa ricorso alla Commissione tributaria: se alla fine dei due gradi di giudizio perde, dovrà versare al fisco dai 6.815 agli 8.906 euro .

Un’innocenza difficile da dimostrare

”La normativa – dichiara Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia – limita la possibilità di dimostrare che le spese realizzate dal contribuente siano avvenute con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta”. In altre parole, che la fuoriserie acquistata non sia frutto di un reddito nascosto nell’ultima dichiarazione ma, ad esempio, dei risparmi accumulati in molti anni.

“Inoltre, sarebbe auspicabile – prosegue Bortolussi – che si stabilisse il carattere di presunzione semplice di questo nuovo strumento, permettendo al contribuente di discutere anche su come sono state conteggiate le maggiori richieste avanzate dal fisco”. Invece per il contribuente non sarà facile dimostrare la sua innocenza.

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