Per il petrolio è già deflazione

Calo del prezzo e dei consumi. E l'Opec non riesce più ad agire sul rubinetto


Il mercato del greggio e derivati ha sempre anticipato le tendenze più generali dell’economia mondiale. Oggi si assiste al calo vertiginoso dei prezzi al barile, senza che l’organizzazione dei Paesi produttori riesca a porvi rimedio.

Nei giorni scorsi, l’Opec ha compiuto un taglio record nella produzione 2,2 milioni di barili al giorno – che si aggiunge al precedente di ottobre: 1,5 milioni. Ciò nonostante, il petrolio è sceso sotto i 40 dollari, a fronte di un prezzo definito accettabile dai produttori attorno ai 70 dollari al barile.

Il punto è che da un lato sta calando la domanda mondiale a seguito della crisi (minore richiesta dalle industrie, meno trasporti commerciali, meno viaggi, etc); dall’altro, la speculazione finanziaria si è ridotta per mancanza di liquidità e non punta più ai contratti d’acquisto di greggio, in gran voga fino a pochi mesi fa.

A trainare i ribassi generalizzati è il mercato americano, che è ancora il punto di riferimento globale. Il Nymex, principale mercato mondiale per futures ed options sui prodotti energetici, sta di casa a New York. Il calo della domanda americana è di 1,2 milioni di barili al giorno (-6% rispetto a un anno fa), nonostante la diminuizione dei prezzi.

Insomma, la domanda è ormai del tutto insensibile all’andamento dei prezzi, diminuisce e basta.
La stessa cosa succede dalle nostre parti. In Italia, con prezzi scesi del 30% rispetto ai picchi della scorsa estate a meno di 1,1 euro per litro, la domanda di carburanti continua ad arretrare.

Prezzi che crollano e consumi che comunque scendono: questa è la deflazione.
In questo quadro, paradossalmente, potrebbe beneficiare della situazione l’automobilista medio, l’italiano con posto di lavoro sicuro e utilitaria, che vede improvvisamente rivalutato il proprio salario alla pompa di benzina.

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Per il petrolio è già deflazione