Patrimoniale sì o no? Cos’è e chi colpisce la tassa che fa tanta paura

Un'imposta sui patrimoni più grossi per salvare l'Italia dalla bancarotta. Giusta, necessaria o inutile?

Sì, no, forse. A quanto pare il tema della imposta patrimoniale è troppo scottante per poterne dibattere con serenità. Riappare puntualmente in campagna elettorale (l’ininterrotta campagna elettorale italiana) e subito si scatena la bagarre. C’è chi la issa sulle barricate come una bandiera e chi si affretta a dire: ci avete capito male, noi non la vogliamo. Parafrasando il titolo di un celebre libro potremmo dire: di cosa parliamo quando parliamo di patrimoniale? Vediamo cosa dovrebbe essere (condizionale d’obbligo) e le principali prese di posizione su di essa.

La “patrimoniale” – lapalissianamente – è un’imposta che colpisce i patrimoni, cioè il possesso e non il reddito (da lavoro, ad esempio). Cominciamo col dire che non è affatto un “corpo estraneo” del nostro ordinamento fiscale, perché di imposte patrimoniali ne esistono già. La più nota è l’Ici (in futuro l’Imu) la cui base imponibile è, per l’appunto, il valore dell’immobile posseduto. L’Ici è una imposta patrimoniale ordinaria.

Quella di cui si è tornato a parlare in questi giorni è invece una patrimoniale straordinaria, ovvero un prelievo sui patrimoni (di entità più consistente) da effettuare in condizioni di emergenza. E l’emergenza, manco a dirlo, è la voragine del nostro debito pubblico. La base imponibile sarebbero ancora una volta gli immobili, cioè i patrimoni per definizione più “identificabili”.

Una proposta oscena ma necessaria

La proposta è stata inizialmente (ri)lanciata da Giuliano Amato: applichiamo l’imposta al ceto medio-superiore, il terzo più ricco degli italiani. Una fardello di circa 75mila euro per ogni famiglia benestante che equivale a una raccolta di 600 miliardi, un terzo del debito pubblico.

Walter Veltroni, ha ripreso l’idea di Amato riducendone la portata: limitiamo la patrimoniale “al decimo più fortunato degli italiani” ricorrendo anche ad altre misure  per ridurre il deficit. L’imposta produrrebbe solo 200 miliardi (anziché 600) e costerebbe 80mila euro a famiglia, ma solo per quelle che appartengono al 10% più ricco della popolazione.

Molti si sono si sono affrettati a prendere le distanze da queste posizioni perché – com’è stato scritto – “il solo usare la parola ‘patrimoniale’ è il più straordinario assist che si possa fare a un Berlusconi in difficoltà sul caso Ruby”. Sarà così?

Secondo il giurista Pietro Ichino la patrimoniale è sostanzialmente una scelta obbligata per evitare danni ben più grandi. Ad esempio la bancarotta dello Stato. La crisi economica e istituzionale – sostiene Ichino – riduce sempre più l’affidabilità del debito del nostro paese. Questo vuol dire l’aumento degli interessi sui titoli pubblici (se un titolo perde valore, per convincere gli investitori ad acquistarlo bisogna promettere un guadagno maggiore), cioè un ulteriore aumento del debito. E a quel punto l’ intervento “per evitare la catastrofe” sarà molto più pesante e colpirà tutti non solo i più ricchi.

E in questa prospettiva il “sacrificio” del 10% più ricco della popolazione, che possiede quasi la metà della ricchezza nazionale, appare più comprensibile. (A.D.M.)

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