Paradisi fiscali, come funzionano e perché arricchiscono pochi e danneggiano molti

Un utile stratosferico può essere tassato zero o addirittura figurare come una perdita. Basta comprare uno spazzolino da denti a 5.000 dollari. Ecco il meccanismo perverso dei paradisi fiscali

Paradisi fiscali, società off shore, black list. Sono alcune delle espressioni che in questi giorni stanno occupando la scena mediatica. Tutti ne parlano, molti li condannano, alcuni (più segretamente) li cercano. Il caso della presunta villa di Antigua di Berlusconi sollevato da Report coincide singolarmente con la pubblicazione di una circolare dell’Agenzia delle entrate che puntualizza una serie di obblighi per chi ha rapporti con i paradisi fiscali. Il fisco, in altre parole, impone a tutti coloro che hanno una partita Iva l’obbligo di comunicare ogni operazione compiuta con soggetti residenti nei paesi compresi nella cosiddetta “black list” (sono esclusi solo i contribuenti minimi, cioè quelli con compensi annui inferiori ai 30mila euro).

E’ uno dei vari interventi per stringere il cerchio attorno all’evasione fiscaleoff shore” (letteralmente “in alto mare”, cioè extraterritoriale). Ma che cosa fa di un paese un paradiso fiscale? E quale danno provocano all’economia mondiale (e più o meno direttamente alle nostre tasche)?

Paradiso “fiscale” ma non solo

Cominciamo col dire che la definizione di paradiso fiscale è riduttiva, nel senso che i vantaggi che si possono ricavare non hanno a che fare solo con la tassazione. In senso più ampio, un paradiso fiscale è una giurisdizione che permette di evadere o eludere (cioè aggirare in maniera “legale”) regole che in un altro Paese sono più restrittive. Oltre a quelle fiscali, ci sono per esempio quelle bancarie, sul riciclaggio del denaro o anche le normative commerciali e tecniche.

Prendiamo la Liberia, per esempio: è uno degli paesi più poveri della terra ma ha la più grande flotta di petroliere del mondo. Perché? Semplice: non ha ratificato la convenzione internazionale che obbliga queste navi ad avere il doppio scafo, accordo raggiunto dopo una lunga serie di disastri ambientali. Le grandi compagnie fanno a gara a registrare nel paese africano le proprie navi più vecchie che non posseggono questo requisito di sicurezza. Il che significa minori costi, e quindi maggiori profitti, per l’industria petrolifera ed enormi rischi per i nostri mari.

Ci sono dunque delle specializzazioni internazionali. Alcuni paesi sono più ricercati per alcune operazioni, altri per altre. Alle Isole Cayman, per esempio, è registrato più dell’80% degli hedge fund (i fondi altamente speculativi) del mondo. La Svizzera invece è nota per il suo segreto bancario.

In ogni caso le caratteristiche principali di un paradiso fiscale sono tre:

1.  una tassazione particolarmente bassa o nulla per i soggetti non-residenti;
2.  la mancanza di scambio di informazioni con le autorità tributarie di altri Stati e la mancanza di trasparenza;
3.  il segreto bancario molto spinto.

Il meccanismo incriminato

Sicuramente la motivazione fiscale resta prioritaria. Vediamo con un esempio come vengono sfruttati i vantaggi della tassazione agevolata:

         Soggetto A: multinazionale che vende abbigliamento con sede legale in Italia.
Soggetto B: azienda che produce materialmente i capi residente in un paese con bassi costi del lavoro (es. Cina),
Soggetto C: filiale dell’impresa italiana A residente in un paradiso fiscale (es. Panama).

  I capi d’abbigliamento vengono confezionati da B a un costo di 10 euro l’uno e vengono venduti ai consumatori in Italia a 100 euro. Se il passaggio avvenisse direttamente da B ad A, quest’ultima avrebbe un utile (semplificato) di 90 euro e dovrebbe pagare le tasse su questo profitto con le aliquote previste in Italia.
  Ma l’impresa A costituisce una filiale C in un paradiso fiscale. Sarà quest’ultima ad acquistare il capo d’abbigliamento da B a 10 euro e a rivenderlo a sua volta alla casa madre A a 100 euro. A questo punto l’utile di 90 euro risulta realizzato nel paradiso fiscale dove non esiste una tassazione dei profitti. In Italia non risulta alcun utile perché la casa madre ha comprato e rivende allo stesso prezzo. Quindi non ci sono tasse da pagare.
  In alcuni casi la vendita finale può risultare anche in perdita (per esempio se A compra da C a 110 euro) e quindi la società italiana può addirittura beneficiare di sgravi fiscali e altre forme di sostegno. Pagate da tutti i contribuenti.

Questo meccanismo del prezzo di trasferimento (o transfer pricing) tra filiali della stessa società è tra i più utilizzati per non pagare le tasse nel proprio paese di residenza. Come rileva la rivista Valori sono state registrate esportazioni da paradisi fiscali di succo di mela a 1.012 dollari al litro, secchi di plastica a 725 dollari al pezzo e spazzolini da denti a 5.600 dollari l’uno.

Attualmente questi sono i paesi compresi nella black list del ministero delle Finanze:

Alderney
Andorra
Anguilla
Antigua e Barbuda
Antille Olandesi
Aruba
Bahamas
Bahrein
Barbados
Belize
Bermuda
Brunei
Costa Rica
Dominica
Emirati Arabi Uniti
Ecuador
Filippine
Gibilterra
Gibuti
Grenada
Guernsey
Hong Kong
Isola di Man
Isole Cayman
Isole Cook
Isole Marshall
Isole Vergini Britanniche
Jersey
Libano
Liberia
Liechtenstein
Macao
Malaysia
Maldive
Mauritius
Monserrat
Nauru
Niue
Oman
Panama
Polinesia Francese
Monaco
San Marino
Sark
Seychelles
Singapore
Saint Kitts e Nevis
Saint Lucia
Saint Vincent e Grenadine
Svizzera
Taiwan
Tonga
Turks e Caicos
Tuvalu
Uruguay
Vanuatu
Samoa

(A.D.M.)

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