I pacchetti anticrisi Paese per Paese

Quanto pesano sulle singole economie? E quanto destinano allo sviluppo sostenibile?


G20 di Londra: sul tavolo c’è il tema scottante della riforma delle istituzioni economiche internazionali affinché siano all’altezza della crisi globale. Si parlerà di ridefinizione dei rapporti di forza al loro interno, con i Paesi emergenti che scalpitano, Cina su tutti.

Ma non solo: si parlerà anche di soldi, tanti. Sono da un lato le “quote” che i maggiori player globali si impegneranno a riversare nelle casse comuni – leggi Fondo Monetario Internazionale – per partecipare al club dei Grandi in versione nuovo millennio; dall’altro, sono le risorse che ogni Paese ha deciso di destinare ai pacchetti di stimolo per rilanciare l’economia.

Quest’ultimo tema, in particolare, ha visto di recente una frizione tra Usa ed Europa che è quasi paradossale dal punto di vista storico-culturale: Washington, già capitale del libero mercato, diventa ora patria dell’interventismo statale in economia e sprona un’Europa riluttante a fare altrettanto.

Ma quanti sono i soldi che i maggiori Paesi hanno stanziato? Qui non contano tanto le cifre assolute, bensì la percentuale sul Pil, perché da questo dato si evince sia la salute di un Paese – leggi, quanto può permettersi di spendere – sia quanto quell’economia ne beneficerà nel medio-lungo periodo.

Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale (febbraio 2009) – che si riferiscono alle economie del G7 più Cina e India – gli Stati Uniti hanno stanziato il 4,8% del proprio Pil in aiuti all’economia, a cavallo delle due amministrazioni Bush e Obama. Poi Cina (4,4%), Germania (3,4), Canada (2,7), Giappone (2,2), Regno Unito (1,5), Francia (1,3), India (0,5), e infine Italia (0,3). La media complessiva è del 3,4%.

Di questo denaro, quanto ne finisce in progetti orientati allo sviluppo sostenibile, considerato da più parti il futuro anche economico del pianeta?
Si è molto parlato della svolta in questo senso rappresentata dal piano Obama, ma scartabellando tra le cifre si scopre che “solo” il 13% del pacchetto Usa è destinato a efficienza energetica, rinnovabili e ricerca-innovazione. Si tratta dello 0,6% del Pil, mentre l’Onu suggerisce di destinarne almeno l’1% alla lotta contro il riscaldamento climatico.

Altri Paesi fanno meglio: la Corea del Sud ha destinato agli investimenti verdi circa i due terzi dei 36 miliardi di dollari stanziati contro la crisi, cioè il 3% del suo Pil; la Cina almeno un terzo dei 580 miliardi che costituiscono il suo pacchetto anticrisi.

In Europa i piani di stimolo per l’economia stanziano per la sostenibilità una media del 14%, con un approccio differenziato da Paese a Paese: la Germania ci crede (19%), la Francia molto meno (8%), Polonia e Italia sono praticamente a zero.

Da parte sua, il Fmi si limita a precisare che i pacchetti di stimolo non devono avere effetti permanenti sul deficit, per cui propone alcune linee guida:
i singoli Paesi dovrebbero impegnarsi a correggere le proprie politiche fiscali non appena le condizioni economiche generali miglioreranno; le iniezioni di liquidità andrebbero accompagnate da riforme strutturali dell’economia che permettano la crescita; i Paesi con forti pressioni demografiche dovrebbero impegnarsi nella riforma dei sistemi sanitari e pensionistici.

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I pacchetti anticrisi Paese per Paese