L’Ue bacchetta Renzi: “Via le tasse sul lavoro, non sulla casa”

Perplessità sul Def anche da parte della Corte dei Conti e dei tecnici delle Camere

Scontro Renzi-Ue, seconda parte: l’esecutivo insiste sulla detassazione completa e per tutti della prima casa, la burocrazia europea ribadisce che la strada maestra è quella di alleggerire la tassazione sul lavoro e non quella sugli immobili, e come in estate Renzi rivendica le proprie scelte invitando l’Europa a non mettere il naso negli affari fiscali interni dei singoli Paesi. Non fosse che poi, con la stessa burocrazia europea, occorre andare a trattare quando si tratta di sconti sul deficit. E anche dai giudici contabili italiani filtrano alcuni dubbi sulle misure governative.

LA COMMISSIONE – Il rapporto ‘Riforme fiscali negli stati Ue’, che analizza le riforme fiscali dei vari Paesi a firma della Commissione europea, sottolinea che il sistema fiscale negli Stati membri “tende a basarsi fortemente sulla tassazione del lavoro che può deprimere sia l’offerta che la domanda di lavoro”. Pertanto è giustificato, secondo l’esecutivo europeo, concentrare l’attenzione “sui modi appropriati per spostare il carico fiscale dal lavoro e ad altri tipi di tassazione che sono meno dannose alla crescita e all’occupazione come i consumi, la proprietà e le tasse ambientali”. Molti stati, tra cui l’Italia, indica la Commissione, “appaiono avere sia una necessità potenziale di ridurre il carico relativamente alto della tassazione sul lavoro sia lo spazio potenziale per aumentare le imposte meno discorsive”. La Commissione ritorna con particolare forza sul tema dello spostamento delle tassazione sulla proprietà della casa, poichè la considera una delle vie per aumentare le entrate senza effetti collaterali negativi sulla crescita economica. Tradotto: togliere l’Imu sulla prima casa non fa crescere il Pil, è distorsivo e aumenta le disuguaglianze.
Il premier, da New York, come detto ha ribattuto piccato: “Quali tasse tridurre lo decidiamo noi, non un euroburocrate”. Facendo seguito a quanto detto da Padoan pochi giorni fa, odssia che in Italia “eliminare la Tasi è relativamente più efficace che tagliare le tasse sul lavoro”.

LA CORTE DEI CONTI E I TECNICI DEL SENATO – Dubbi sulla cancellazione delle famigerate clausole di salvaguardia, cioè gli aumenti automatici di Iva e accise destinati a scattare in assenza di coperture alternative. Perplessità sulla fatidica spending review, che sembra perdere slancio. E un avvertimento: in un contesto di ripresa così fragile, aumentare il deficit come il governo Renzi vuol fare per coprire gran parte degli interventi promessi in vista della legge di Stabilità è un rischio notevole. A mettere in fila tutti i nodi che restano irrisolti dopo l’aggiornamento del Documento di economia e finanza non c’è solo Bruxelles, ma anche i tecnici del Senato e la Corte dei Conti.
L’esecutivo, scrive il servizio Bilancio di Palazzo Madama, ha però promesso che le clausole di salvaguardia saranno disinnescate, ma nella nota ha indicato solo il gettito di quelle previste dalla legge di Stabilità 2015. Nulla su quelle introdotte dalla manovra precedente, firmata dall’ex premier Enrico Letta. In più non dà alcuna indicazione su dove e come intende tagliare la spesa pubblica per ricavare le risorse con cui coprire il promesso taglio delle tasse.
Parallelamente il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri, in audizione sulla nota di aggiornamento, ha sottolineato che l’aumento del deficit “riduce i margini di protezione rispetto a una valutazione che potrebbe rivelarsi troppo ottimistica degli andamenti tendenziali”, esponendo la gestione del bilancio “agli effetti di una perdita di fiducia che risulterebbe incompatibile con l’attuale impostazione della manovra di finanza pubblica”. Tanto più che la ripresa è fragile, le entrate fiscali incerte e i margini di flessibilità che il governo conta di ottenere da Bruxelles a fronte dell’emergenza migranti tutt’altro che scontati.

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