Lotta all’evasione fiscale, l’Italia “adotta” le severissime norme Usa

Un accordo con gli Usa obbliga anche le banche italiane a denunciare i conti di clienti che hanno "interessi" oltreoceano. Pena il 30% delle somme depositate

Per capire l’atteggiamento del governo americano verso l’evasione fiscale basti ricordare che Al Capone, il gangster per eccellenza, fu incastrato per reati fiscali e finì la sua carriera in carcere. Con le tasse gli Usa non scherzano. E ora per andare a caccia di evasori estendono le loro regole anche ad altri paesi, tra cui l’Italia.

Il principio cardine è che in tempi di globalizzazione economica una lotta all’evasione davvero efficace deve superare i confini nazionali. Cosi il nostro governo, insieme a quello di Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, ha annunciato che applicherà il “Foreign Account Tax Compliance Act” (Fatca), una convenzione internazionale per ampliare la collaborazione tra le amministrazioni e semplificare lo scambio di informazioni fiscali.

La norma riguarda i rapporti con le banche. In sostanza gli istituti di tutti i paesi aderenti all’accordo dovranno controllare i loro clienti che sono contribuenti americani e hanno attività finanziarie all’estero superiori a 50mila dollari. Questi contribuenti dovranno a fare una dichiarazione dei loro beni esteri all’Irs, il fisco Usa. La sanzione per la mancata dichiarazione è di 10mila dollari (che diventano 50mila se il contribuente continua a essere reticente dopo la notifica dell’Irs).

Un controllo anche per i soggetti italiani

Fin qui la cosa riguarda i cittadini statunitensi. Ma l’obbligo di comunicazione  riguarda anche quei soggetti non-Usa che hanno partecipazioni americane di peso (quindi, ad esempio, società italiane con quote Usa). Anche loro sono obbligati alla comunicazione e la sanzione è un prelievo da parte della stessa banca del 30% della somma depositata nel conto corrente. L’importo verrà poi versato al fisco statunitense.

Le nuove regole in arrivo anche in Europa sono state duramente criticate dalle banche europee che ora si trovano a fare da delatori ed esattori per conto di un paese estero. Una forma di “sudditanza fiscale”, oltre che un grosso onere per gli istituti di credito.

Ma i contribuenti nostrani sarebbero ben più toccati nel momento in cui queste regole diventassero reciproche, cosa piuttosto normale in un accordo tra Stati. In sostanza quando anche un fisco straniero – statunitense, francese, britannico o tedesco – controllerà i conti esteri dei cittadini italiani ecc. Ovviamente l’azione è tanto più efficace quanto più l’accordo è esteso. Altrimenti ci sarà sempre una fuga dei capitali verso le “zone franche” che non aderiscono al trattato, come i paradisi fiscali. (A.D.M.)

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