Legge di stabilità: mutui più cari con la Tobin tax (male interpretata). Ecco perché

La tassazione delle operazioni finanziarie colpirà anche i derivati che le banche usano per calcolare gli interessi sui mutui a tasso fisso o variabile col cap

Esistono tasse buone? La Tobin tax potrebbe esserlo se fosse usata nel modo giusto. Invece quello che rischia di uscire dal disegno di legge di stabilità è un balzello che può avere un brutto effetto collaterale: rendere più onerosi i mutui a tasso fisso o variabile col “cap”. Perché, nella versione italiana, si applica al valore nominale delle transazioni finanziarie, a prescindere dalla loro effettiva redditività, e colpisce anche gli strumenti che vengono presi a riferimento per fissare il tasso d’interesse di quel tipo di mutui.

La Tobin tax, quello che era…

La tassa sulle transazioni finanziarie che verrà introdotta con la manovra, insomma, è piuttosto lontana dalla cosiddetta “Tobin tax” concepita dal premio Nobel per l’Economia James Tobin, che la vedeva come un modo per frenare le speculazioni sulle valute: il meccanismo della speculazione si basa su transazioni a brevissimo termine (lo speculatore compra e rivende – o viceversa – guadagnando sul differenziale delle quotazioni); una micro-tassa, nell’ordine di qualche decimo di punto percentuale, riducendo il guadagno di ogni singola transazione ravvicinata, scoraggerebbe le manovre speculative.

… e quello che è diventata

Ma condita in salsa italiana la Tobin tax è diventata un’altra cosa. Il Ddl stabilità introduce, di fatto, dal 1° gennaio 2013 un’altra imposta di bollo dello 0,05% sul valore nominale delle compravendite di azioni e derivati, indipendentemente dall’esito economico dell’operazione (cioè anche se è in perdita). Un’imposta che serve fondamentalmente per far cassa e dalla quale si attende un gettito di 1.088 milioni di euro. Il che potrebbe ancora giustificarne l’introduzione, se non fosse che rischia di avere ricadute “inaspettate”.

Gli effetti sui mutui

La nuova imposta si ripercuote infatti sui mutui a tasso fisso o a tasso variabile con cap, cioè con un tetto massimo agli interessi. Per i mutui a tasso fisso, il parametro di riferimento su cui vengono calcolati gli interessi è l’Irs, interest rate swap, il tasso d’interesse sugli swap che sono strumenti derivati. Nel caso dei mutui variabili con cap, invece, per coprirsi dal rischio di un aumento dei tassi di riferimento (per il variabile in genere è l’Euribor) che non può essere trasferito sul cliente proprio in virtù del “tetto” contrattuale, le banche acquistano dei covered warrant cap, strumenti di “garanzia” che sono anch’essi derivati.

In quanto derivati, dunque, entrambi gli strumenti – swap e warrant – sono soggetti alla nuova tassa. E i derivati sono strumenti a leva, cioè hanno la funzione di moltiplicare i guadagni e le perdite, riflettendo le fluttuazioni del “sottostante” (il valore cui fanno riferimento) in modo esponenziale. L’aumento del valore (nominale) della transazione in derivati, pertanto, fa crescere anche il peso fiscale per la banca. E c’è da scommettere che questo maggiore onere verrà riversato sul cliente e sul suo mutuo. (A.D.M.)

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