Le escort sono “lavoratrici autonome” e i loro redditi vanno tassati

Una recente sentenza tributaria ribadisce il concetto: la escort non viene "risarcita" per l'umiliazione della vendita del proprio corpo ma riceve un vero e proprio reddito imponibile

Approfittatrici o vittime? Il dibattito sulla professione “escort” è quanto mai aperto. Ma al fisco non interessa. I cachet delle escort sono redditi e come tali vanno tassati. A poco servono le considerazioni morali o la classificazione di questi compensi come “risarcimento” per la lesione della dignità personale a causa dell’attività svolta. Prostituta o no, per i giudici tributari deve pagare le tasse.

Tutto parte dall’accertamento fiscale di una contribuente tramite il redditometro. In base agli indicatori presuntivi – cioè quegli elementi che servono a “presupporre” un certo livello di reddito – l’Agenzia delle entrate aveva attribuito alla donna un reddito annuo di quasi 130mila euro dal 2004 al 2006. Gli elementi “sospetti” erano rappresentati da diversi immobili di proprietà, un’assicurazione e altre spese per aumenti patrimoniali.

Reddito o risarcimento per danno morale?

La contribuente ha fatto ricorso contro l’accertamento ma con una linea difensiva singolare: non ha contestato la validità degli indicatori di reddito (cioè che il possesso delle case o della polizza rivelassero effettivamente un reddito non dichiarato) bensì ha sostenuto che il reddito non era imponibile perché derivava dall’attività esercitata, “assimilabile a quella di prostituzione“. Ha ripreso cioè un’annosa questione sulla tassabilità dei redditi provenienti da questa fonte sostenendo che fossero da considerare come una sorta di indennizzo per l’umiliazione della vendita del proprio corpo.

Ma il fisco non è d’accordo. L’amministrazione finanziaria, prima, e la Commissione tributaria provinciale di Novara, competente per territorio, poi, hanno fatto riferimento a una serie di principi ormai consolidati in materia. Anche la Corte di Giustizia europea aveva definito la prostituzione come una “forma di lavoro autonomo, non sussistendo alcun vincolo di subordinazione in capo a chi la esercita”. Nulla a che vedere, quindi, con una natura risarcitoria delle somme.

E non regge nemmeno la variante “donazione” da parte di un cliente generoso. L’esercizio abituale di questa attività esclude infatti l’ipotesi di elargizioni occasionali per le proprie prestazioni. Per i giudici le frequentazioni erano “regolate da precisi accordi commerciali” e quindi “se un soggetto acconsente, sebbene il fatto posto in essere sia avvertito dalla generalità delle persone come violazione della morale corrente, tale comportamento certamente non può assumere giuridicamente natura di risarcimento”.

Anche le escort devono contribuire al welfare

D’altro canto sulla questione la stessa Agenzia delle Entrate si era già espressa tirando in ballo l’articolo 53 della Costituzione che stabilisce: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Va da sé per la Commissione tributaria che “non si può ritenere ammissibile che determinati soggetti possano eludere al dovere di contribuire al sostenimento dei costi collettivi, di cui essi stessi beneficiano”.

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